Cristo tra i giornalisti

127121013_1280x960
Piero Ciampi

Ricordi livornesi…

È domenica mattina, incontro Livorno alle 10 – è la prima volta che la vedo così – con una bottiglia di vino rosso sotto un braccio e la mia assonnata ragazza sotto l’altro. Entrambe mi trascinano verso il Cimitero della Purificazione, luogo di catartico interramento dove sconta i postumi di una sbornia micidiale Piero Ciampi, primo chansonnier italiano, vittima dell’oblio della buona musica e dell’epurazione della malinconia dalla gamma delle nostre emozioni.

È domenica 28 settembre e il poeta avrebbe compiuto 80 anni. Almeno se non avesse avuto “un carattere melanconico” e non avesse “bevuto come un irlandese”. Per ricordarlo c’è chi ha organizzato “una festa sulla tomba, con il vino, un mazzo di carte, i fiori e ovviamente la musica”, come ha scritto il giornale locale, dove lavoro. Deliro, immaginando un corteo funebre, una pompa magna dove non è escluso il tumultus. Vedo i giochi organizzati da Achille in onore di Patroclo. Vedo il Pere Lachaise solo sognato, la tomba di Jim Morrison e la musica, le feste consumate nel ricordo. Vedo Dioniso che piange Ampelo e le lacrime del dio che trasformano il corpo del giovane amato in vite.

Prima di tornare con i piedi per terra, lancio in aria un ultimo pensiero. Ero convinto che Livorno avesse rimosso il suo poeta, che in fondo è stato il poeta dell’assenza, della mancanza, della tensione vitale e straziante, dunque il cantore perfetto di una città che fa del porto il suo centro. Neanche una targa sulla porta della sua vecchia casa in via Pelletier  12, in un posto in cui per il fugace passaggio di Giuseppe e Anita Garibaldi sono stati spesi quintali di marmo. Visti dall’esterno gli organizzatori del Premio Ciampi sembrano dei novelli Don Chischotte, che lottano contro quel mulino che respinge ogni alito di vento ciampiano sulla città di Livorno.

È domenica 28 settembre, dunque, e sfido il giorno tra gli sguardi increduli delle vecchiette locali, diretti tutti verso la bottiglia di vino che mi trascina alla festa di Piero Ciampi. Penso di essere in ritardo per quel corteo fatto di lacrime, musica e di vino già immaginato, che mi attende al cimitero.  Quando incontro Livorno alle 10 di mattina, però, è chiaro che qualcosa non va: è tutto troppo ordinario, non c’è l’atmosfera che si respira dei giorni di festa. L’aria è ferma (qualsiasi abbia mai significato questa frase). Sull’autobus numero 6, che porta dal Duomo al Cimitero della Purificazione, tutti ci guardano come se fossimo dei fuori luogo, dei fuori contesto (io, la bottiglia, la ragazza assonnata e indolente): nessuno porta con sé colli di vino traboccanti, non ci sono mani piene di doni per Piero Ciampi.

Varcato il cancello del cimitero, constato: “Ci sono più giornalisti che persone”, riconoscendo implicitamente che quando ci presentiamo alle celebrazioni o alle manifestazioni in veste di reporter, somigliamo più a una strana specie di babbuini superevoluti, che a degli esseri umani. Non vedo facce da festa. Non vedo nessuno che abbia intenzione di saziarsi di lacrime e poesia, di vino e musica. Il centro della celebrazione sono gli scatti dei fotografi. L’unico momento di vera commozione, l’unico momento di vita è quello regalato da Bobo Rondelli, nella sua versione a cappella di Fino all’ultimo minuto, che fa balenare la tonalità emotiva dell’assenza struggente. Poi solo i clic dei fotografi, gli schermi neri dei tablet e dei cellulari dei giornalisti. E un triste, triste carrozzone che si incammina verso la Cappella Ciampi, calpestando i morti e la loro memoria, che solo la splendida ragazza che mi trascina, cerca di ravvivare: “Guarda! L’insaziabile falce della morte ha portato via quella signora. Guarda! Quello è morto nel ’45, sarà stata la guerra? Guarda! Gentiluomo esemplare raggiunge la moglie nell’aldilà”, così distante dal corteo, la più vicina di tutti a Piero Ciampi e agli altri abitanti di quel luogo di passaggio. Una folla di nomi e di epitaffi avvolti da un silenzio di clic piuttosto ingombrante.


Comico il momento in cui un uomo intima a una signora piuttosto in là con l’età, che fotografa il corteo, di non inquadrare i nomi sulle tombe. Microfoni a forma di piuma spuntano ovunque, nel frattempo, e le macchinette professionali continuano a fare il loro mestiere. Ma è il ricordo personale di una vecchietta che inficia la privacy dei trapassati. Certo.

La sera, deluso, vado a comprare la specialità locale, la torta di ceci, dalle parti del mercato centrale. “Signore, sa mica dov’è via Pelletier che dobbiamo andare a fare una consegna?” mi chiede la commessa dall’accento chiaramente livornese. “Sì dalle parti della Fortezza”, dico io con un sorriso amaro. “Vabbè vai… Poi semmai la cerchi con il navigatore” ordina lei all’uomo delle consegne a domicilio.

Hank

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...