Houellebecq vs Ransmayr: sexy sottomissione o radiosa disidratazione?

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Michel Houellebecq

Sottomissione (Bompiani, 2014) di Michel Houellebecq non è una distopia. È la cronaca del declino della culla della civiltà occidentale: l’Europa. Una decadenza senza shock: morbida, lasciva, seducente. È il momento in cui la cultura egemone si lascia andare, lobotomizzata sul divano di fronte all’ennesimo talk politico, con due bottiglie di Chardonnay ad innaffiare una cena ordinata a domicilio.

Micene, Monte Prama, le città Maya del «periodo classico»: spesso la storia procede a salti e non è raro che un improvviso black out cancelli una civiltà fiorente. Oltre ai paventati terremoti, sconvolgimenti climatici, carestie, siccità, invasioni (spesso aliene), si potrebbe più sobriamente pensare a una lenta eutanasia godereccia, alla sostituzione della volontà di potenza degli egemoni – e l’ombra di Nietzsche verrà evocata, più o meno a sproposito, lungo tutto l’arco della Sottomissione – con una più casalinga volontà di pigrizia.  Una decadenza che è culturale e politica, prima ancora che economica: piani che l’autore, nel libro, tende a tenere ben distinti.

La differenza tra le distopie totalitarie – come 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley – e Sottomissione è la differenza tra la cronaca della fine e la costruzione di un mondo da incubo. In Sottomissione non c’è controllo genetico, né l’onnipresenza di un occhio biopolitico. Lo scenario dipinto da Houellebecq è del tutto verosimile. Basta guardarsi intorno: i grandi partiti che hanno egemonizzato a lungo la scena democratica europea agonizzano – la scomparsa del Pasok in Grecia e dei popolari-centristi confluiti nell’Ump di Sarkozy in Francia è sintomatica – nuove formazioni e vecchie ricette un tempo marginali prendono improvvisamente forza. I fenomeni sono senza dubbio eterogenei: si va dal Siryza greco al Front National francese, passando – nell’ordine – per il Podemos spagnolo, il Movimento 5 stelle italiano e l’Ukip inglese. La scena è fluida: il cambiamento potrebbere procedere in qualsiasi direzione. E non è impensabile che un movimento nato oggi, possa, nel giro di qualche mese, conquistare anche il 30% dei consensi. Quando il terremoto scuote le fondamenta, la domanda è sempre oltre la frattura: chi si aggiudicherà gli appalti per la ricostruzione?

Houellebecq contrappone due forze reazionarie e speculari: i movimenti identitari di matrice lepeniana e un islam monolitico, visto con tutti i pregiudizi di un occidente vecchio e impaurito. Non c’è traccia dei maestri sufi, né delle istanze paritarie delle donne curde nel Rojava, descritte dallo splendido reportage di Zerocalcare. Nel racconto del declino di Houellebecq l’islam coincide del tutto con la sua variante salafita. Ben Abbes è il leader messianico, l’Augusto musulmano, che riesce ad attrarre a sé i voti dei cosiddetti «moderati», ovvero dei nuovi conservatori interessati unicamente al mantenimento dello status quo economico-comunitario. «Ben Abbes – scrive Houellebecq – era sempre riuscito a evitare di compromettersi con la sinistra anticapitalista; la destra liberale aveva vinto la battaglia delle idee, lui l’aveva capito perfettamente, i giovani erano diventati imprenditoriali, e la caratteristica ineludibile dell’economia di mercato era ormai riconosciuta unanimemente(….). Mentre Ramadan (nel libro fondatore della Fratellanza musulmana francese, ndr)presentava la sharia come un’opzione innovatrice, per non dire rivoluzionaria, lui le restituiva il suo valore rassicurante, tradizionale – con un profumo di esotismo che la rendeva ancor più desiderabile». E ancora: «È un musulmano moderato (…) per lui i terroristi sono dei dilettanti». L’Europa si lascia sedurre, dunque, da un islam che promette di risolvere la crisi valoriale, politica e culturale – i sauditi mostrano tutto il loro mecenatismo finanziando una Sorbona islamizzata – senza toccare gli interessi economici. L’unico ministero su cui Ben Abbes non è disposto a trattare con i suoi alleati è quello dell’Educazione: la formazione della nuova società islamica europea inizia proprio da lì.

L’elite culturale dell’Europa decadente e lasciva non solo non si ribella al cambio di regime, ma si lascia sedurre. Anzi, desidera la seduzione. La resistenza è inesistente. La vita che conduce lo studioso di Huysmans protagonista del libro è paradigmatica: alla morte di qualsiasi velleità intellettuale risponde con una ricerca spasmodica del godimento perduto. Così si imbarca in una serie di squallide avventure sessuali, anelando a quel pompino che da solo può giustificare la vita di un uomo: si imbatte, però, in un amplesso che – quando c’è – è tuttalpiù eiaculazione, una mera funzione idraulica. La Sottomissione a quel punto è l’unica alternativa al suicidio controllato: un assioma che vale tanto nella dimensione individuale, quanto in quella sociale.

Ma il campione di nichilismo Houellebecq non sa trarre le estreme conseguenze dal suo ragionamento e concede all’Europa in decadenza quest’ultima chance, sia pure sotto l’egida dei valori dell’islam salafita (che non sembrano poi così disprezzabili…).

Peccato, perché con l’onestà intellettuale di un Christoph Ransmayr, ad esempio, avrebbe potuto progettare una Radiosa fine (Liberilibri, 2009). Nel suo poema – realmente distopico – lo scrittore austriaco immagina che la civiltà occidentale riesca in qualche modo a compiere un’ultima, grandiosa opera: la produzione della sua fine. «Il progetto della Nuova Scienza,/ egregi signori,/la forma organizzata della fine,/produce tutto quello che c’è da produrre,/e porta quel che si produce/ a rapida fine,/perché così si compirà l’interezza del possibile». Il Signore del mondo, composto per il 70% d’acqua, verrà lasciato a seccare nel Terrario: un deserto che ha le fattezze di una gigantesca incubatrice. E, una volta disidratato, potrà tornare alla polvere, fondersi con la sabbia. Un epilogo progettato proprio dallo strumento di conservazione più efficace e potente che l’uomo abbia mai messo a punto nella sua fuga dal mondo e dal sole: la scienza. «Cosa c’è di più ovvio» d’altronde «del disidratare/ un essere fatto d’acqua/il cui sguardo verso/l’essenziale/è offuscato dal ciarpame,/ liberandolo da qualsiasi distrazione,/ di modo che almeno/nel rapido corso del suo declino/possa dire io  per la prima volta?».

Già, Houellebecq… Cosa c’è di più ovvio che disidratare questo liquido – in senso biologico, non sociologico – uomo europeo, piuttosto che sottometterlo all’ennesima autorità-ombrellone che lo ripari dalla radiosa vitalità mortifera del sole?

Un po’ di tempo fa ho avuto l’impressione che un vecchio fissasse la mia bici parcheggiata fuori dal supermercato. Mi sono avvicinato con le chiavi della catena in mano. Ma il suo sguardo, in realtà, era rivolto verso l’essenziale: una margherita che spuntava dal cemento. «Guarda» mi ha detto «è incredibile! Non è possibile… Quando uno le pianta a casa, nel vaso, con calma, loro non ti pensano proprio! E invece guarda – ripeteva scuotendo il capo – è incredibile». Dobbiamo fare presto, Houellebecq. L’erbaccia è di gran lunga la forma di vita più resistente. Un bel gorno vincerà i nostri palazzi, le nostre città e persino le lamiere delle nostre automobili. Nascerà rigogliosa dal cemento, crescerà forte nell’asfalto e ricoprirà le strade che non calpesteremo più.
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Hank

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