#MaiConSalvini: gli antagonisti e la narrazione del potere

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La “Guernica” di Zerocalcare

L’opposizione tra protagonista e antagonista attraversa la storia della narrazione occidentale e segna il confine elementare tra il bene assoluto e il male assoluto. Eppure il protos-agonistes è semplicemente il primo che agisce. Il campione, all’interno di una competizione pugilistica, il primo che prende la parola, in un agone teatrale. L’anti-agonistes, di converso, è colui che risponde, che accetta la sfida di una storia che non sarà mai narrata dal suo punto di vista e che, raramente, permetterà allo spettatore di mettersi nei suoi panni. Quello che il primo a parlare propone, il secondo deve distruggere. Pena, la damnatio a non essere mai ascoltato.

Nelle favole l’antagonista è spesso un mostro, un orco, una figura dai contorni indistinti. Difficilmente ha possibilità di replica, difficilmente può spiegare il suo punto di vista. Il Frankenstein di Mary Shelley, in questo, è un buon esempio di eccezione.

#MaiConSalvini, i colori del corteo:

Il corteo #MaiConSalvini parte con l’etichetta di “antagonista” da piazza Vittorio, nel cuore multiculturale di Roma. Un’etichetta che, in parte, deriva da un equivoco: fior fior di giornalisti non sapevano chi avrebbero avuto davanti. “Ci saranno gli antagonisti, sì… i centri sociali, insomma, quella gente lì… I movimenti, no?” è la voce imbarazzata che serpeggia anche nelle migliori redazioni. Si dice antagonista, ma non si conosce neanche bene l’agone, la sfida, il campo da gioco. Forse è per questo che è giusto chiamarli così. Non sappiamo chi sono, non li conosciamo. Allora diventano uomini in nero, “gli incappucciati dei centri sociali”, black block. D’altronde l’antagonista è su scala nazionale quello che il terrorista è su scala globale: un volto coperto, un nome che vela lotte fra loro eterogenee. Un comodo calderone in cui infilare, senza distinguo, ogni protesta, ogni battaglia che si combatte fuori dai ranghi istituzionali.

La partenza del corteo di Casapound:

A 500 metri di distanza da piazza Vittorio, luogo d’incontro dei #MaiConSalvini, c’é via Napoleone III, la sede dei neofascisti di Casapound. Protagonisti, forse, di storie vecchie, di Storie di ieri, direbbe Fabrizio de André, non certo di racconti al presente. Si iscrivono all’interno di una narrazione del ritorno: al ventennio, alla lira, alla sovranità piena e indiscutibile, alle frontiere chiuse, all’Italia senza migranti. Ma sabato, complice l’attenzione mediatica e lo spiegamento mostruoso di forze dell’ordine, si sono limitati a brandire qualche celtica, qualche ritratto del Duce e a inneggiare ai loro temi favoriti. Hanno lasciato via Napoleone III alle 13 in punto, senza degnare d’uno sguardo piazza Vittorio. Quando l’uomo col megafono ha chiamato il “serrate le fila”, è inziata la marcia ordinata verso piazza del Popolo. Ai lati il servizio d’ordine con il fratino rosso e la tartaruga – ma loro preferiscono “testuggine” – simbolo al centro del petto.

Roma Blindata per i #MaiConSalvini:

Tra Casapound e i #MaiConSalvini c’erano almeno 10 blindati della polizia, numerosi agenti in tenuta antisommossa e le gabbie in stile G8. Durante la giornata le forze dell’ordine erano strette, in particolar modo, intorno agli antagonisti: stazionavano in ogni angolo, chiudevano ogni svolta possibile, tracciavano con blindati, caschi, scudi e manganelli la strada obbligata fino a Corso Vittorio Emanuele II e ritorno verso il Colosseo.

Poi c’erano loro: gli incappucciati, gli uomini senza volto, i #MaiConSalvini. Riuniti dietro lo striscione multiculturale a firma di Zerocalcare, con le dovute misure la “Guernica” del fumettista romano. Sono i componenti della “Roma meticcia” cantata durante il corteo dagli Assalti Frontali: rifugiati, curdi di Kobane, disabili, anziani, precari, studenti medi e universitari. Certo, c’era anche qualche vecchia cariatide dei centri sociali romani. Tutti uniti, però, contro i valori del fascioleghismo, contro il sistema dialettico che sembra legare oggi Matteo Renzi a Matteo Salvini: protagonista e antagonista della narrazione politico-istituzionale. Spesso prendono parola in un agone truccato, dove spicca solo un’immagine totalizzante, dove i suoni significano poco o nulla. Tra la retorica del “fare” e dei “gufi” e quella del “vaffa” e del “prima gli italiani”, resta intrappolata ogni opposizione politica.

“Questa coalizione enorme preferisce lottare sul piano sociale”, sottolinea Piero Bernocchi dei Cobas durante il corteo. “Certo, capisco che la gente poi dice: voi fate questa battaglia, ma chi ci va poi nelle istituzioni a rappresentarla?”. Domanda retorica, ovviamente. Ecco perché i #MaiConSalvini, la massa informe dei cittadini deboli ma coscienti, che rifiutano con la pancia in primis la xenofobia del fascioleghismo, resteranno irrappresentati. Saranno dispersi i loro voti (a meno di un miracolo, un soggetto polito credibile alla sinistra di Renzi oggi sembra un’utopia), ma non i loro sforzi: i più già cooperano all’organizzazione della polis, fanno politica nel senso più alto del termine, cioè nelle comunità, fra la gente, fuori dalle istituzioni. Cercheranno di migliorare i quartieri, i paesi, i piccoli centri. Loro, gli antagonisti, accresceranno le fila del mutamento sociale. Fino a che non diveranno una maggioranza informe, che spegnerà gli occhi sul teatrino politico, che non ha più nulla di grandioso, di significativo, di bello o di giusto in sé.

Anche l'Oriente è #MaiConSalvini
Anche l’Oriente è #MaiConSalvini

Un bel giorno, forse, tutti smetteranno di fissare lo schermo in cui si muovono i tremendi leader politici della nostra era. E allora il dibattito tornerà nel suo luogo naturale: l’agone. Dove cittadini e giornalisti potranno fare di nuovo domande ai loro leader, senza dover attendere passivamente le dichiarazioni cinguettate. Dove per prendere la parola, prima, bisognerà avere in testa qualcosa di sensato da dire. Pena: il pubblico ludibrio.

Hank

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