Il brand dell’Isis, il più occidentale dei mostri

isisvideoLa Tv è lontana. Evito scientemente i giornali, in fondo sono parole già scritte e già lette. Il giorno dopo ogni attentato, vero o presunto: pagine zeppe di opinioni affrettate e cronache necessariamente confuse, distanti, piene di errori di distrazione, imprecise, che cercano di spacciarsi, però, come fonti attendibili. A volte mi è capitato di partecipare a quel teatrino. Imbarazzato, cercavo di non lasciare la mia firma. Puntualmente, il giorno dopo, ritrovavo il mio nome sotto l’orrore semantico dei foreign fighters o dei lupi solitari. Allora ne ero schifato, oggi lo ricordo con senso di colpa. Intanto prego, però, per rientrare in quel circo, che è più o meno la sola possibilità di uno stipendio. Non so fare nient’altro, o forse è semplicemente sindrome di Stoccolma.

Skytg24, come al solito, va in loop: la rassegna stampa si ripete fino a togliere ogni significato alle parole. Sento risuonare come in una preghiera, in una litania, in un rosario che si annoda e si avvita, le stesse formule confezionate in agenzia e spacciate su carta e web: “scorre il sangue italiano” e “siamo in guerra”, si intervallano a nomi altisonanti come Libero e Messaggero, che a decontestualizzarli verrebbe da piangere.

Oggi è il giorno in cui sarebbe giusto scrivere che l’Isis, fuori dal confine cancellato del Siraq (del famoso Levante), è un brand. L’Isis siamo noi. Se l’Occidente è in guerra con qualcuno è in guerra con i suoi fantasmi. L’Isis è il nostro incubo peggiore, ma in quanto incubo è nostro, appunto, è una nostra creazione: è il più occidentale dei mostri.

In Siraq infuria una guerra distante, di cui sappiamo poco. Abbiamo dimenticato, per esempio, che esiste un’alternativa tra il regime di Assad e l’Isis, che esistono cittadini che credono ancora in un futuro democratico. Esiste l’Esercito siriano libero, ancora per poco, probabilmente, perché abbiamo deciso da tempo che il dittatore capace di tenere sotto controllo “l’estremismo islamico” – armato e addestrato dagli Stati Uniti – è il male minore. Esistono i Peshmerga che avanzano e combattono, esiste l’esempio del Rojava: dove musulmani e musulmane si sono uniti contro l’orrore, rivendicando le istanze di una società paritetica e compatibile con i valori tradizionali. In Siraq l’Isis combatte i “nemici” – decapita, stupra, distrugge – e si prende cura dei suoi – batte moneta, concede prestiti e vitalizi. Insomma, fa tutto quello che normalmente fa uno Stato.

Ma come fa un fenomeno geopolitico così distante a raggiungere l’Occidente? Certamente ha bisogno di un medium, di un veicolo: materiale o immateriale che sia.

«Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione».

«Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale. Non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede più che quello: il mondo che si vede è il suo mondo».

I “terroristi” mediorientali sembrano aver letto Guy Debord meglio di noi. Per fare la guerra all’Occidente non c’è bisogno di schierare truppe. Oggi c’è un modo cheap e smart di muover battaglia: quello di attaccare una rappresentazione. L’Isis attacca l’immagine della pax europea, l’immagine dell’Unione premio Nobel, l’immagine del continente senza conflitti, pacificato, dove non c’è più politica ma solo polizia, dove la storia è finita da un pezzo e ormai si contano solo i cadaveri passati. Un’immagine edulcorata, ovviamente, creata per governare non democraticamente un territorio dove il conflitto sociale è ai limiti dell’esplosione. Non c’è nessuno scontro di civilità in corso, ma uno scontro di rappresentazioni, di immagini univoche, di narrazione e di miti di potere. L’Isis, il più occidentale dei mostri, decapita e minaccia i nostri sogni, con la produzione di video che entrano dalla porta principale di casa nostra: i media, vera arma e cassa di risonanza del racconto del terrore.È allora che entrano a far parte delle nostre vite. Le parate con gli uomini in gabbia, le decapitazioni studiate su un set cinematografico – e c’è tutta una letteratura dei rapporti tra immagine cinematografica e guerra: da Goebbels alla rivoluzione iraniana, passando per lo sbarco in Normandia –  i continui richiami alla presa di Roma cadrebbero nel vuoto in una società diversa da quella descritta da Guy Debord.

Siamo tutti sotto attacco, siamo tutti minacciati. «La guerra è la possibilità reale dell’uccisione fisica», scriveva Carl Schmitt nel secolo passato. E lo è ancora: i video dell’Isis sono questa possibilità nella nostra rappresentazione, che è quanto di più reale c’è nella Società dello Spettacolo. Il richiamo alla stirpe, al popolo in guerra che difende una porzione di territorio, dimostra che siamo fuori strada nella comprensione del fenomeno. Siamo tecnologicamente indietro rispetto ai nostri nemici. Se combattiamo la guerra all’Isis in nome del sangue, siamo destinati a soccombere alle loro rappresentazioni, dove il sangue appare soltanto come elemento di show e di shock.

È curioso che alcuni predicatori salafiti e wahabiti possano trovare scandalosa la rappresentazione iconica della figura umana in un pupazzo di neve, mentre non condannano un uso così smodato della rappresentazione in video. Qual è la differenza, d’altronde, tra i corpi scolpiti e quelli proiettati nell’immagine? La verità è che la furia iconoclasta dell’Isis di oggi non ha radici ideologiche o religiose, ma soltanto cinematografiche. I militanti sanno di poter colpire il cuore dell’Occidente con la distruzione di reperti antichi, più di quanto possano fare con la strage sanguinosa di civili innocenti. A guardar bene quella di Al Baghdadi & co., è la forma più subdola di idolatria. I loro video si confondono con quelli dei gattini e delle pop star del momento su internet. Ingaggiando una guerra a suon di like. Ecco perché l’Isis è il più occidentale dei mostri. E una volta nei nostri canali non c’è più via di scampo: si viene immediatamente fagocitati, rimasticati, ricompresi. Nell’immagine univoca dell’Occidente non si transita, ma si entra per restare. Così abbiamo accolto un incubo, ma l’incubo, in un certo senso, si è piegato a noi. Conosciuto, addomesticato. Ci fornisce il quantuum di sangue di cui abbiamo bisogno e a cui  attingiamo da molto prima che Al Baghdadi fosse rinchiuso nella prigione di Camp Bucca, la Guantanamo iraqena.

Fuori dal Siraq, non solo in Occidente, l’Isis è un brand. A differenza di al-Qaeda, che è – o fu, visto l’inesorabile declino – un network dove le basi erano fortemente collegate, l’Isis raggiunge la Libia e la Thailandia, senza bisogno di contatti diretti. Per far parte della lotta è necessario avere un passamontagna, una bandiera simil-piratesca e un kalashnikov. Che ricordano da vicino il cappellino, la parananza e l’insegna del McDonald’s.

L’Isis in quanto incubo e in quanto franchising può diffondersi in Occidente. La paura del nemico invisibile, del “lupo solitario”, della “bomba ad orologeria” integrata nelle nostre società ha preceduto i fratelli Kouachi e Amedy Coulibaly, autori degli attentati al Charlie Hebdo e al mercato Kosher. Non so quanto le nostre intelligence, che già da anni parlavano di questa possibilità, abbiano suggerito o raccolto informazioni su un fenomeno in atto. So che Coulibaly si millantava inviato del Daesh – il nome dell’Isis in patria – e che i fratelli Kouachi, invece, avevano rapporti con aQap – al-Qaeda nella penisola arabica -: due organizzazioni in competizione per il monopolio regionale del terrore. So, inoltre, che Monis, il celebre attentatore-predicatore del bar di Sydney, tra le sue richieste alla polizia annoverava una bandiera dell’Isis. I franchiser, probabilmente, non avevano fatto in tempo a recapitare in Australia il kit del perfetto “lupo solitario”, nonostante la copertura di Amazon, ormai, sia infinitamente superiore a quella degli ispettori Onu.

Oggi è il giorno del post-attentato in Tunisia: che ha ricevuto la benedizione dello Stato islamico, ma la cui matrice è ancora sconosciuta. Un evento tragico che abbiamo bollato come “primi morti italiani” per mano dell’Isis, senza porci troppe domande. Dobbiamo solo capire a cosa ci riferiamo: se al franchising o allo Stato che sta seminando il terrore in Siraq. Perché la differenza tra i due è ciò che passa tra la realtà e i nostri incubi.

Hank

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