700 negri con i polmoni fradici d’acqua

Mi chiamo Chinaza, sono etiope e nel ’91 ho combattuto con il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo. Io e i miei compagni abbiamo preso a calci in culo l’esercito etiope. Gli abbiamo fatto capire che la terra è nostra e i miei figli adesso, contro ogni previsione saranno liberi. Ho due figli si, e ho fatto quello che dovevo. Adesso non so come spiegargli che dobbiamo lasciare casa nostra perchè mio marito ha trovato i soldi per sbarcare in Italia.

Il canale di Sicilia ci aspetta a braccia aperte. Sono gente accogliente gli italiani. Adesso però non so come spiegare a me stessa che devo andare via. Dopo che combatti una vita intera per la tua gente, non puoi semplicemente voltargli le spalle e andare a fanculo in Italia. Si mangia bene in Italia dicono, e io mi sento l’acidità stritolarmi la gola e faccio finta di niente.

Abbiamo speso troppi soldi per comprarci questo viaggio, e mia figlia è morta prima di mettere piede sul barcone. Si è fatta così rigida che non riesco neanche a piegarle le braccia. Ha gli occhi sbarrati e io non ho tempo di seppellirla. Ci penserà la terra a mangiarsela viva. Ci penseranno gli scarafaggi, le formiche. Verrà svuotata pezzo pezzo. Io devo andare non c’ho tempo perchè gli scafisti ci prendono a schiaffi dietro le scapole per ammassarci. Chiudo gli occhi a mio figlio e chiedo a mio marito di non farsi ammazzare.

La barca oscilla di notte e di giorno. La gente vomita e si ringhia in faccia, alcuni si baciano, altri si abbracciano mentre sbattono come biglie una addosso all’altra. Ho la fronte sudata, non bevo da due giorni, mi sono pisciata sotto e mi vergogno.

Mi chiamo Chinaza, sono etiope e nel ’91 ho combattuto con il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo, ho fatto scappare Hailé Mariam Menghistu e ora mi piscio sotto davanti a tutti, e piango perchè ho i crampi.

Quando il barcone si è ribaltato, avevo mio figlio tra le mani, e mio marito inginocchiato tra le cosce gelate. L’acqua mi ha schiacciato verso il fondo, il contraccolpo della nave ci ha spinti tutti tra le onde. Una massa di capelli neri ondeggia come un arcobaleno in lutto. Le mie mani ora sono vuote e mollicce.

Ho i polmoni pieni di acqua e mi sto contorcendo per il dolore. Quando mi hanno detto che dovevamo scappare in Italia ero pietrificata dal terrore. Ora però mi dimeno come un serpente, ho le ossa liquide e il ventre gonfio. Non ricordo più di avere un figlio, ne un marito. Non ho più Dio, ne una casa. Non devo combattere il governo usurpatore, non devo saltare i pasti per pagare l’affitto.

Tra qualche giorno un negro a Baltimora verrà ammazzato, e forse, potessi scegliere, vorrei scambiare gli ultimi secondi della mia vita con lui.

Cerco di urlare ma se apro bocca l’acqua salata mi brucerà l’esofago, lo stomaco, i reni, la milza. Sto bruciando e sto annegando.
Nel ’91 abbiamo preso parte a un grande miracolo.
Oggi, nel 2015, non ho più voce per ricordare, e l’ultima cosa che ho visto, oltre il profilo violaceo della bocca di uno sconosciuto, è la bandiera portoghese.
L’Italia è ancora lontana.

Abu

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