L’amore pendolare

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Alla Stazione Termini di Roma le persone transitano su più livelli. C’è una linea invisibile che divide ogni banchina more geometrico: l’umanità che viaggia su Le Frecce, da un lato, e la bestialità stipata nei regionali, dall’altro. E, anche se transitano sulla stessa banchina, galleggiano su binari paralleli: quando si scontrano attraversano, perché la bestia-regionale – che gronda sudore da ogni poro – ha la stessa consistenza di un fantasma per l’uomo-freccia, che se non profuma è perché non ha odore. Entrambi sono corpi in transito, ma non appartengono alla stessa specie. I grugniti in dialetti incomprensibili dei primi contrastano il perfetto accento inglese dei secondi; gli zaini vecchi e sporchi dei primi sfigurano dinnanzi alle valigette in pelle umana dei secondi; mentre i primi sono costretti a chiedere i risultati delle partite dal finestrino ad ogni stazione, i secondi le vedono in diretta sul loro I-Pad, grazie al collegamento wi-fi del loro Freccia.

Attraverso quella stazione che odora della pelle dei suoi abitanti: Chanel n.5 misto a Tavernello. Compro un biglietto per la Terra dei Fuochi, un nome che nell’immaginario evoca Gaza, Mogadiscio, Aleppo: zone di guerra perpetua, dove grandinano bombe. Per di più io sono romano, rappresento l’odiato nemico, sono uno Sharon che si appresta a passeggiare impunemente sulla Spianata delle Moschee. Nella migliore delle ipotesi darò vita a una nuova Intifada, nella peggiore i posteri mi ricorderanno come un martire della romanità. Magari mi faranno pure uno striscione allo stadio.

Devo proseguire. Ci esco da tre mesi e ancora non so com’è fatta camera sua. Non conosco il tabaccaio sotto casa, il ciccione che incontra ogni giorno sull’ascensore, gli operai che lavorano nel suo palazzo e le fischiano ogni volta che passa. Un pezzo del mio mondo giace lontano in mezzo ai fuochi di una terra incenerita e io devo varcare le Colonne d’Ercole di Formia e Cassino, se voglio recuperarlo.

Mi armo di coraggio e raggiungo la banchina. Mi riconosco nell’uomo-freccia, guardo le bestie-regionali con pena mista a disgusto. Quando provo ad abbracciare la mia fetta d’umanità, però, scopro che ha la stessa densità di un ologramma. È un’immagine presente e una presenza assente allo stesso tempo, è qui ma in universo lontano migliaia di anni luce. La bestia che vende i calzini mi guarda con compassione e fa: «Chill’è ‘o treno tuojo…», indicando il regionale. Non rispondo, trattasi di chiara provocazione, aspettano solo un mio cenno d’assenso per sgozzarmi come un capretto ed espormi al pubblico ludibrio, vendicando così i torti passati.

Salgo di corsa nella speranza di trovare un posto, che ovviamente non c’è. Sono già tutti in piedi, come su un autobus. Il mio sudore si mischia a quello dei miei vicini, il loro respiro diventa il mio: le bestie-regionali si fondono nell’unico organismo treno. Si fuoriesce tramite ordinata emorragia ad ogni stazione, riacquistando così almeno la presuzione dell’individualità. Ma a bordo c’è solo carne. Senza forma, né confini. Io e la bestia dei calzini siamo tutt’uno: un solo corpo, un solo spirito. D’altronde, ci dice il controllore, nostro secondino: «Per 10 euro che volevate di più?».

Dopo un po’ mi siedo, o meglio mi fondo coi sedili lerci. Decido di accettare la mia condizione di parte del corpo Penitalia. Abbandono ogni velleità, ogni ambizione: sono un paria, vietato l’accesso alla piramide sociale. Gioco a carte con la bestia dei calzini che mi straccia alla grande. Mi interrompo solo quando vedo la mia stazione, la mia emorragia prende forma, s’accalca verso le porte del treno. Fuoriesco e ritorno in me, torno ad essere me dopo essere stato a lungo un altro. Penso che Rimbaud potrebbe aver scritto la “Lettera del veggente” su un treno regionale. Mi trovo di fronte la scritta Odio Roma, non l’avevo mai vista, cioé sì, l’avevo sentito dire, ma scritto su un muro fa tutto un altro effetto. Il mio quartiere è tappezzatto di scritte Odio Napoli. Per me è quella la normalità: come a dire, il cielo è blu. Non le ho mai messe in questione, anche se conosco il quoziente intellettivo degli idioti che le realizzano. Fanno parte della mia quotidianità. Quindi è proprio questo che qui si nega, la prospettiva è ribaltata. Ho varcato i confini di Gaza e non c’è più niente che possa fare per tornare indietro. Sono in territorio nemico e Odio Roma suona forte come una promessa, come una dichiarazione di guerra.

Al primo binario c’è un ubriacone lercio che parla con il vento. Dopo aver abbracciato un ologramma alla stazione non posso certo dire di non capirlo. Dice che vorrebbe buttarsi sotto il prossimo treno. Mi paralizzo a guardarlo, indeciso se intervenire o meno, perso nella tipica ignavia di ogni spettatore di tragedie. La bestia dei calzini, il mio personale Virgilio, mi consiglia ancora per il meglio: «Nunn’o penzà, chill’ fa tutti i juorn’accussì e ancora sta ‘ca». Nunn’o penzà. All’inizio sembra un compito mastodontico, ma è un banale cambio di prospettiva. Devi solo vendere l’anima all’abitudine. Finisce che ti costruisci uno schermo sicuro, a prova di rimorso. Scrollo le spalle.

Esco dalla stazione nel timore di essere assalito da quegli esseri che parlano quello strambo dialetto. E invece vengo rapito dalla Bellezza. Mi prende alla gola, mi toglie il fiato. Mi opprime con tutta la sua forza, mi impedisce di respirare e di reagire. La bestia dei calzini mi sorregge, ancora con quel sorriso pieno di spocchiosa consapevolezza sulle labbra. Chi ha messo la Reggia di Caserta di fronte alla stazione senza avvertirmi prima? Eppure sono romano, dovrei essere abituato a questo tipo di bellezza: quella che ti scuote e ti annichilisce allo stesso tempo, anzi che ti annichilisce proprio mentre ti scuote e ti lascia senza fiato. Ad ogni angolo dovrei rischiare il soffocamento.

Lei mi chiama per avvertirmi che sarà in fisiologico ritardo. Alla fine aspetterò un paio d’ore, niente più. Con la bellezza a occludermi il gozzo e la bestia dei calzini che mi rende edotto sui segreti del Vanvitelli, del bosco inglese e dei guardoni che spiano le coppiette coraggiose che fanno l’amore nel parco. Ma questa è già un’altra storia.

Quando lei arriverà mi perderò tra strade dismesse e visiteremo l’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere (la Capua dell’impero romano, quella degli ozii di Annibale e della rivolta dei gladiatori). Più piccolo solo del Colosseo, ma più antico (e peggio conservato). La struttura è pericolante, ma basta ignorare i cartelli di divieto malposizionati per ritrovarsi, tra la fitta vegetazione, nei corridoi che Spartaco percorse prima della ribellione che fu repressa nel sangue da Roma.

Anche Aleppo meriterebbe di essere ricordata per la sua storia e la sua bellezza. Oggi persa tra le macerie della più cieca devastazione. Ma io non vedo più né macerie, né incendi. All’orizzonte c’è solo il nostro fuoco che splende e che arde.

Hank

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