Racconto di Ponte Mammolo

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E poi ti viene in mente che avresti potuto raccontarli meglio. Descrivere le rughe sui loro volti, lasciar intendere la disperazione invece di dirla, di spiattellarla così in faccia a tutti. A Ponte Mammolo saranno un centinaio quelli che ancora dormono in strada, aiutati da un gruppo di volontari a sbarcare la giornata. E tu non gli hai reso giustizia, non li hai saputi cogliere.

Lo sguardo di Gabriel era spento, Maria, invece, sembrava più furba mentre diceva che si voleva ammazzare. Mentre per attirare la tua attenzione ti ammoniva: “Attento al portafoglio, che ti penzola”. Aveva solo voglia di parlare di fronte a una telecamera, di gridare a tutti quello che aveva dentro. Dice che un collega della Tv l’aveva ignorata, aveva preferito parlare con i profughi e l’aveva sbolognata ad altri giornalisti. Lei che è turco-romena, forse rom, non fa così notizia. Si è sentita sfollata di un dio minore. Per la sua baracca aveva speso 5mila euro a quello che diceva, non aveva più una pensione, solo un ragazzo indiano al mondo si curava della sua esistenza. Poi non aveva un braccio e dormiva su una sedia senza schienale. Gli altri, al contrario di lei, quando vedevano una telecamera la fuggivano come la peste.

Ma gli atteggiamenti di ognuno si scontravano contro il muro delle macerie, che stava lì a ricordargli la loro miseria. E li rendeva un’unica sostanza, perfettamente uguali nella disgrazia.

Tra di loro proprio i profughi, a dire il vero, erano un po’ meno uguali degli altri, un po’ meno disgraziati, ecco. Avevano la prospettiva di fuggire in Svezia o in Germania, cosa che i rifugiati e gli irregolari già identificati, per via dell’assurdo regolamento di Dublino, non potevano più fare. Il loro viaggio non terminava qui. A differenza degli stanziali, i profughi, avevano la fiammella della speranza. A volte pericolosa, a volte ammaliatrice. Ma che ci volete fare, aiuta a campare un po’ più di quelli che non ce l’hanno.

Sì ti viene in mente che avresti potuto raccontarli meglio, quei visi martoriati dalla disperazione, non solo non aiutati, ma affossati dalle istituzioni. Però avresti dovuto essere più insistente per guadagnare qualche intervista in più. Non li hai capiti fino in fondo perché ti vergognavi di essere un maschio bianco con una telecamera, una casa, un piatto caldo e un portafoglio con 10 euro in tasca. Sapevi di non averli mai aiutati quando hanno avuto bisogno in passato e ti sentivi uno sciacallo. Oggi eri lì come tanti altri giornalisti: perché Ponte Mammolo ormai è un caso internazionale.

Sì ti viene in mente che avresti potuto raccontarli meglio. Ma per farlo avresti dovuto agire come quella collega di quel giornale torinese, tanto impegnata nel sociale, per carità, che ha ripreso gli sfollati a loro insaputa. E tu lo sai, perché sai che Gabriel non voleva parlare alle telecamere, l’aveva detto a te come a lei. E lei aveva annuito, ma quella fotocamera che le penzolava al collo continuava a riprendere, Gabriel come gli altri disperati, Gabriel come gli altri che non volevano apparire, perché stanchi di essere presi in giro dai giornalisti come te e come lei. Lei che a Ponte Mammolo non ci passerà più, ma avrà messo in tasca un’ottima storia. Tu invece ci abiti da quelle parti e in quel parcheggio hai passato un sacco di serate con i tuoi amici in comitiva e in sottofondo ogni tanto vedevi i reietti passare, ma non ti curavi di loro. E alla fine sei contento di non averli raccontati meglio, quegli sfollati, perché sai che domani potrai guardarti allo specchio come tutti i giorni. E ti piace pensare che lei si vedrà solo dal collo in giù, proprio come i poveracci che ha ripreso senza chiedere il loro permesso.

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