Ma chi ha detto che non c’è

Quando Federico è morto cercavo lacrime da piangere. Non riuscivo a trovarle, non uscivano proprio fuori. Ma io le volevo ostinatamente, sapevo che erano da qualche parte dentro di me. Non riuscivo a mettermi in contatto con quell’assenza, la sua assenza, il suo certificato di cessata residenza all’interno della mia coscienza. Per me era stato un buon amico e non piangerlo mi sembrava un delitto. Una cosa da psicopatici senza cuore, pensavo.

In realtà non lo vedevo da un po’ di tempo. La vita era stata dura con lui: era stato in coma farmacologico per un paio di mesi in seguito a un incidente banale. Io gli ero stato vicino quando dormiva profondamente. Quando sragionava drogato al suo risveglio e mi diceva: «André, so tutte guardie, so’ tutte spie, mannali via!». Ma quando dovette affrontare il mondo da lucido non c’ero più. Mi bastò la notizia: sta bene. Non pensai che forse era quello il momento in cui avrebbe avuto più bisogno di me.

Quando si riprese del tutto venne a trovarci lui all’Università. E per qualche periodo “studiammo” insieme. Noi persi tra fumi mistici, le scritte sui muri e i nostri filosofi e lui che di fumi mistici, per dire cazzate, non ne aveva avuto bisogno mai. Ma aveva le sue fragilità, ben nascoste sotto la sua mole, in un giardino a noi precluso. Dove coltivava i suoi momenti bui.

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Ho capito cos’era un funerale solo quando ho visto i suoi amici della Curva Sud in corteo dietro uno striscione di oltre 10 metri con la scritta “Ma chi ha detto che non c’è”. Già, la canzone di Gianfranco Manfredi, una delle sue preferite. La cantavano in coro come nessuno, probabilmente, aveva fatto neanche negli anni settanta. Crearono un effetto mistico, catartico: ebbi voglia di abbracciarli e di unirmi a loro. E allora le lacrime sgorgarono da sole senza aver bisogno di essere richiamate. Il pianto ruppe la mia fossile espressione da essere psicotico. Mentre loro rivendicavano la sua presenza, io presi coscienza del vuoto incolmabile che aveva lasciato in questo mondo. “Ma chi ha detto che non c’è” fu un osanna sublime e catartico, per nulla utopico, che lamentò la presente assenza struggente di quel mondo che io, lui e molti altri spiriti avevamo solo sognato.

Leggemmo le sue poesie, i suoi diari, ascoltammo le sue canzoni preferite, piangemmo ancora. Il tutto senza invocare alcun dio perché il nostro dio quel giorno era in lui, racchiuso nelle memorie scritte e nei nostri ricordi.

Ridemmo tutti per la goffa eleganza fuori luogo di Michele, che si presentò con il completo del nonno, di un paio di misure più largo rispetto alla sua. L’unico vestito da funerale: anche il padre portava una polo sportiva. Se glielo chiedete, Michele vi dirà ancora che la sua fu una forma di rispetto e un’usanza di famiglia. E, a quanto dice, non si sentì ridicolo.

Quel giorno Federico con la sua assenza m’insegnò che cos’è un funerale E, a ripensarci bene, che cos’è la vita.

Hank

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