120 rifugiati sotto sfratto: via Scorticabove rischia di essere la nuova Ponte Mammolo

Le macerie del campo di ponte mammolo
Le macerie del campo di ponte mammolo

Dopo Ponte Mammolo Roma rischia di affrontare un’altra crisi umanitaria: stavolta, però, in un centro comunale e non in un insediamento abusivo. Ai 120 ospiti sudanesi – tutti titolari di protezione internazionale, molti provenienti dal Darfur -del centro di via Scorticabove, infatti, è stato notificato uno sfratto dai servizi di accoglienza del Comune con 6 giorni d’anticipo: il 25 maggio per il 1 giugno. L’assessore Danese, il 30 maggio, ha annunciato la proroga “al massimo” di un mese della chiusura del centro d’accoglienza. Ha definito “ineluttabile la chiusura di un centro che da troppo tempo è gestito in regime di affidamento diretto e sembra fuori dalla possibilità di un effettivo controllo delle presenze da parte del dipartimento”. Sottolineando che, chi ha un lavoro, dovrà trovarsi una casa in affitto e uscire dal circuito dell’accoglienza romana. Ma ignorando, di fatto, la proposta dei rifugiati: gestire finalmente da soli quel centro, con finanziamenti di molti inferiori ai famosi 35 euro al giorno che fino ad oggi  l’amministrazione pagava alle cooperative per occuparsi di loro. Perché i sudanesi di via Scorticabove vorrebbero e potrebbero contribuire anche finanziariamente alla gestione del centro.

Il Comune, insomma, fatica a controllare le sue stesse strutture di accoglienza. Misteriosa, inoltre, è la convenzione tra il Campidoglio e il Consorzio Casa della Solidarietà (finito all’interno dei fascicoli dei magistrati che indagano su Mafia Capitale) che gli ospiti chiedono di visionare dal 2005, quando i servizi erano affidati all’Arciconfraternita. Anche il consigliere radicale Riccardo Magi ha chiesto da mesi di poter visionare quella convenzione, senza alcun risultato.

La genesi del centro di via Scorticabove è appassionante e affascinante. Doveva trattarsi del primo centro in Italia autogestito dai rifugiati. La comunità sudanese a Roma, infatti, è incredibilmente coesa e politicamente cosciente. In un’intervista che realizzai un paio di anni fa all’interno di uno speciale sulla vita dei rifugiati in Italia, Gasim, uno dei leader della comunità, mi raccontò tutta la storia. Qui uno stralcio:

E quando sei arrivato a Roma cosa hai fatto?
Con un gruppo di rifugiati del Sud Sudan e del Darfur abbiamo occupato uno spazio della Stazione Tiburtina (sotto Ponte Lanciani,ndr). I giornali lo chiamavano Hotel Africa, ma a noi non piaceva chiamarlo così. Anzitutto qui siamo in Italia e non in Africa, poi quello non era esattamente un hotel: mancavano l’acqua, la luce, l’elettricità. Noi lo chiamavamo kherpa, che significa “posto abbandonato”. Appena siamo arrivati era solo un magazzino.
Ma le istituzioni quindi non ti hanno proposto nessuna soluzione alternativa quando sei arrivato?
Abbiamo visto com’era la vita in un centro d’accoglienza e non abbiamo accettato. La gente entra la sera e alle 7 del mattino deve essere fuori. Un paio di noi hanno avuto problemi perché sono disabili e sono stati mandati via anche durante la pioggia. Loro hanno detto “Dove andiamo, cosa facciamo?Non possiamo reggere l’ombrello!” e non hanno avuto nessuna risposta. Per questo pochi di noi hanno fatto richiesta per entrare in quei posti. Quasi tutti hanno preferito restare liberi, anche se senza acqua calda, luce o elettricità.
Torniamo al kherpa. Cos’è successo dopo?
All’interno di quello spazio abbiamo organizzato la nostra vita. Ognuno ha preso la sua stanza e, in seguito, sono arrivati altri gruppi come gli etiopi e gli eritrei. Allora abbiamo occupato due capannoni grandi. Lì è cambiato proprio il concetto: abbiamo comprato dei generatori elettrici, abbiamo fatto dei ristoranti e dei bar all’interno dei capannoni, è diventata una città viva… Abbiamo stretto molte amicizie con dei gruppi di italiani grazie ai nostri bar e al fatto che frequentavamo le scuole d’italiano delle associazioni di volontariato. Però ci siamo resi conto che non potevamo vivere tutta la vita in un magazzino, per quanto l’avessimo sistemato bene. Così abbiamo deciso di formare il Coordinamento per i rifugiati di Roma Tiburtina : composto da rappresentanti degli italiani, dei sudanesi, degli etiopi e degli eritrei. Siamo andati in migliaia a manifestare sotto il Campidoglio, richiedendo un tavolo con l’amministrazione Veltroni. Hanno accettato, ma alcune associazioni di volontariato come la Casa dei Diritti Sociali e Medici Senza Frontiere, volevano andare a parlare con le istituzioni senza di noi. Non abbiamo accettato, così queste persone hanno detto all’amministrazione che noi non facevamo parte del Comitato, ma parlavamo esclusivamente per la nostra gente. Per noi andava bene lo stesso: perché è una cosa nostra e dovevamo farlo in prima persona. Quindi abbiamo continuato per la nostra strada. Il Comune di Roma in seguito ci ha contattati, dicendo che se volevamo trattare dovevamo presentarci solo noi rifugiati senza i nostri amici italiani.
Perché?
Loro pensavano che la nostra forza fosse il gruppo di italiani che avevamo intorno…
Pensavano di imbrogliarvi più facilmente…
Bravo! (ride, ndr) Il Comune a quel punto ci ha detto di aver trovato delle sistemazioni, solo che tutti insieme non potevamo più stare, perché non c’era un posto grande come il kherpa di Roma Tiburtina. Ci avevano assicurato che non ci avrebbero messo in dei centri d’accoglienza, ma quando abbiamo chiesto di vedere i posti dove ci avrebbero voluto mettere hanno rifiutato. Noi abbiamo detto che non potevamo uscire dal kherpa senza aver prima visto le nostre nuove case. A quel punto si era creata una grande attenzione intorno a noi: stavano cominciando i lavori per la nuova Stazione Tiburtina ed i giornali non facevano altro che parlare del Darfur. Fu in quel momento che cominciarono a chiamare il magazzino Hotel Africa. Gli altri gruppi sono andati via, solo noi sudanesi siamo rimasti. Hanno cominciato a minacciarci, ci volevano sbattere per strada.
Com’è finita la questione?
Abbiamo fatto un giro per vedere tutte le sistemazioni in cui avevano messo gli altri gruppi. Si trattava di centri d’accoglienza fuori Roma (vicino Latina per esempio), o degli alberghi vicino Termini. Mettere dei rifugiati in un albergo, naturalmente, significa cacciarli via dopo una settimana. Abbiamo resistito e siamo rimasti al kherpa. La nostra forza è stata l’unità . Il Comune ha cercato di dividerci, di spaccare il gruppo, ma non ci sono riusciti. Alla fine ci hanno trovato un posto a Via Scorticabove, sulla Tiburtina, vicino a Via del Casale di San Basilio.
Quali erano le vostre principali richieste?
Volevamo un posto gestito da noi.
E vi hanno fatto gestire lo spazio che vi hanno concesso?
No. Noi volevamo portare avanti un nuovo modello di accoglienza per rifugiati, gestito dai rifugiati stessi. Uno spazio concepito come posto di passaggio che preparasse chi arrivava a inserirsi nella società: un centro culturale aperto a tutti, anche ai nostri amici italiani. Il problema è che dentro abbiamo trovato l’associazione Arciconfraternita. Il Comune ci aveva fatto credere che quel posto lo avremmo gestito noi e che a loro sarebbe toccata la parte legale. Ma sono loro che anche oggi comandano, in maniera completamente diversa da come vorremo noi. Tengono il centro sempre chiuso all’esterno e dicono di no a tutte le nostre iniziative. Per esempio abbiamo contattato dei medici volontari per fare delle visite, solo che non ci concedono le stanze e gli spazi per fare quest’attività. Un’altra cosa che non abbiamo capito è come funziona la convenzione tra Arciconfraternita (che prende dei soldi per la gestione del posto) e il Comune di Roma: abbiamo chiesto le documentazioni ma non ce le hanno mai volute far vedere. All’interno del centro d’accoglienza ci sono zero servizi: non passano i pasti, non rimborsano i biglietti degli autobus che usano per andare a scuola, servizi che tutti i luoghi del genere a Roma offrono gratuitamente. Pagano tutto i rifugiati. Al massimo gli  danno posate, piatti, bicchieri e sapone. Non c’è nessuna attività sociale, quel centro d’accoglienza è un luogo morto. Ma se dev’essere un luogo di passaggio, il centro dovrebbe essere aperto e non chiuso, come pensano di fare quelli di Arciconfraternita.

Due note a margine: Gasim ci ha confermato che fu Luca Odevaine, allora capogabinetto di Veltroni e arrestato per Mafia Capitale, a riferire che avrebbero avuto legalmente bisogno di Arciconfraternita per gestire Scorticabove. E, nel 2012, quando è stata realizzata questa intervista, l’affidamento diretto dell’appalto era già stato consegnato al Consorzio casa della solidarietà, ma i rifugiati questo lo scoprirono solo in seguito, leggendo i contratti degli addetti alle pulizie. In altri casi, però, è stato dimostrata una certa continuità tra il Consorzio Casa della Solidarietà e l’Arciconfraternita. Come per il centro di raccolta temporaneo dei rom dell’ex cartiera di via Salaria. L’Associazione 21 luglio, nel suo rapporto “Centri di Raccolta s.p.a.” riporta il seguente passaggio:

Il 30 aprile 2010 il presidente dell’Arciconfraternita, l’ente gestore della struttura, comunica con una nota al Dipartimento V del Comune di Roma l’impossibilità di protrarre l’assistenza delle persone «accolte presso la struttura di via Salaria» e, scrivendo al direttore del Dipartimento Angelo Scozzafava «propone come ente a lui gradito e subentrante locatario degli immobili utilizzati per l’accoglienza il Consorzio Cooperativa Casa della Solidarietà, ente a voi conosciuto e gradito»
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