Biram dah Abeid: “Chiamo in causa l’Occidente per mettere fine alla schiavitù in Mauritania”

Una manifestazione dell'Ira Mauritania
Una manifestazione dell’Ira Mauritania

Nelle nostre scuole s’insegna che la tratta degli schiavi è parte di una delle stagioni più nefaste della storia d’Occidente: il colonialismo, che si sarebbe concluso, però, il secolo scorso. Il 23 agosto il “mondo libero” indossa la maschera della vergogna per quell’orrore e ne ricorda la fantomatica abolizione, mentre il presidente dell’Ira -Iniziativa per la rinascita abolizionista- Mauritania, Biram dah Abeid, che combatte la privazione della libertà nel presente, marcisce nel carcere di Aleg. Una prigione che nel paese africano è paragonata a Guantanamo per il caldo soffocante e le pessime condizioni igienico-sanitarie. Recluso dall’11 novembre 2014 e condannato in appello in seguito a un processo che si è tenuto in assenza di imputati -che non riconoscono la legittimità della corte-, spettatori e giornalisti, a cui è stato impedito l’accesso al Palazzo di giustizia di Aleg.

Nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1791 gli schiavi insorsero ad Haiti. Si legge sui (pochi) libri di storia che parlano dell’evento che allora almeno mezzo milione di neri lavoravano forzatamente nelle piantagioni di zucchero, rendendo così la colonia della Francia rivoluzionaria particolarmente ricca. Morivano come mosche, ma venivano rimpiazzati da circa 20mila “colleghi” all’anno. Quella notte cominciò una guerra senza quartiere, in cui emerse la figura controversa del liberto Touissant Louverture, che liberò gli schiavi, ma divenne in seguito governatore e tiranno dell’isola. Venne deposto, poi, da Napoleone, che volle riprendere il controllo delle colonie, in barba all’uguaglianza e alla fraternità. Così dal 1997, su impulso dell’Unesco, il mondo ricorda l’evento chiave nella storia della cosiddetta abolizione della schiavitù, o, più prosaicamente, della tratta transatlantica.

Sotto la maschera delle giornate mondiali a tema –ce ne sono altre due sul calendario, oltre a quella di oggi- però, ci sono Biram dah Abeid e il suo vice Brahim Bilal, per cui è stata confermata, nel silenzio dei governi e delle istituzioni del cosiddetto “mondo libero”, la condanna in appello a due anni di carcere. La loro colpa? Quella di aver organizzato una carovana di sensibilizzazione contro il fenomeno della schiavitù fondiaria in Mauritania, per cui i neri di etnia Harratin lavorano gratuitamente le terre espropriate dal governo e vendute alla multinazionale estera di turno. Secondo il Global slavery index elaborato dall’Ong Walk free in Mauritania vive la più alta percentuale di schiavi al mondo. Una tradizione perversa vuole che la condizione si trasmetta per linea matriarcale: così i figli delle violenze sessuali perpetrate dai padroni appartengono ai padri violentatori. Pratiche che sono state criminalizzate nel 1981, nel 2007 e lo scorso 12 agosto dal governo che le ha equiparate a crimini contro l’umanità. Ma non sono le leggi il problema, secondo gli attivisti dell’Ira: piuttosto è la loro applicazione ad esser regolarmente disattesa.

Biram nel 2013 ha vinto il premio per i diritti umani delle Nazioni Unite insieme a Malala Yousazafai e il Front line defenders, attribuito dalla Repubblica d’Irlanda agli attivisti più a rischio nel mondo. Dopo aver appreso la notizia della sua condanna ha scritto questa lettera dal carcere, diffusa dalla piattaforma Avaaz su cui sono state raccolte oltre un milione di firme per la sua liberazione:

Mi chiamo Biram dah Abeid. Ho dedicato la mia vita combattere la schiavitù, l’impunità e l’ingiustizia. È una promessa che ho fatto a mio padre, che sposò una schiava e la cui famiglia fu fatta a pezzi per colpa della schiavitù. Oggi vi sto scrivendo dalla cella della prigione dove sono rinchiuso per aver parlato di questo commercio crudele.

Il mio paese, la Mauritania, ha il peggior problema con la schiavitù di tutto il mondo. Gli Harratin (nome affibbiato agli schiavi ed ex schiavi), rappresentano il 50% della popolazione mauritana. I bambini nascono sotto il controllo dei loro padroni e sono obbligati a servirli per il resto della loro vita.

Nell’ottobre del 2008 ho preso la decisione di creare Ira Mauritania, un’organizzazione indipendente, pacifica e non violenta che ha l’obiettivo primario di liberare il nostro paese dalla piaga della schiavitù.

Nonostante il supporto della comunità internazionale, e i molti sit-in e proteste a nome degli schiavi e degli ex-schiavi, la nostra organizzazione non è riconosciuta dal governo della Mauritania. Al contrario i nostri membri sono stati tormentati, torturati, giudicati, condannati e imprigionati, accusati di appartenere ad un’organizzazione illegale. Io sono dietro le sbarre sin da novembre, con il mio assistente Brahim Bilal. Questa è la terza volta che mi gettano in prigione per aver denunciato la schiavitù.

Il governo ha approvato leggi che dicono di voler punire quelli che sono coinvolti nella schiavitù, ma in pratica non ha fatto altro che calpestare la nostra lotta per metter fine allo sfruttamento degli schiavi. Il mio governo mi vuole silenziare, demonizzare, tormentare e imprigionare, nella speranza che io abbandoni la causa o lasci il paese.

Ma io mi rifiuto di cedere al loro ricatto.

Per mettere fine a questa sofferenza, abbiamo bisogno di qualcosa di più delle parole da parte della comunità internazionale, a noi servono urgentemente delle azioni forti. I leader dell’Unione Europea e degli Stati Uniti hanno forti legami con il governo mauritano. Dall’oscurità della mia cella, io mi appello a loro affinché utilizzino tutti i canali legali e diplomatici, inclusa la sospensione degli aiuti finanziari, per spingere il governo a fermare la repressione e prendere seri provvedimenti per sradicare la schiavitù, il razzismo e l’esclusione che ne consegue.

Mi rifiuto di gettare la spugna. Non resterò in silenzio. Non cesserò di sfidare il dogma che è usato per legittimare la schiavitù qui. Mi rifiuto di gettare la spugna per il mio paese e per quelli che vivono segnati dalla schiavitù. Oggi, chiamo in causa il mondo per sostenere la nostra lotta per la libertà”.

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One comment

  1. […] processo: non volevano riconoscere la legittimità della corte. Dopo la condanna Biram ha scritto una lettera aperta rivolta al mondo intero, per focalizzare l’attenzione sulla schiavitù in Mauritania. “Ho dedicato la mia vita […]

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