Cronache intestinali

Un collega
Un collega

Farina quindi grano, acqua, lievito, sale, pomodoro, latte di bufala scadente quindi erba malsana ruminata in campi corrotti da scarti quotidiani di vite umane: percolato di bufala. E ancora frumento, lievito, malto, orzo, mescolati alla maniera dei monaci tedeschi. Pasto liquido. Riduco in poltiglia: riporto la materia ai suoi elementi fondamentali. Mentre divido però condanno all’indistinzione, nessuno riacquista la sua individualità. Di fatto non c’è alcun elemento all’interno del mio acido nientificatore. Lui grugnisce come un porco e continuare a ruminare come se non ci fosse un domani. Ma domani arriverà e io lo attendo al varco.

Ore 6, Santa Maria Capua Vetere. Suona una tromba che riconosco come sveglia. Spengo, poltrisco, cullo il mio dormiveglia. Cerco di staccare la testa bagnata dal cuscino sudato. Un bacio a chi sopporta quel viscidume al mio fianco. Sono in piedi. Riempio la base della Moka fino a metà valvola, aggiungo la polvere nera marca Kimbo. Accendo la piastra elettrica. Lei arriva assonnata pretende il suo cappuccino. Anch’io bevo il mio.

Latte di mucca pastorizzato, alimento vitale e molteplice ridotto a standard sempre uguale. Imbottigliato e poi conservato tramite rigida catena del freddo. Comprato da madre sbadata e lasciato a marcire dentro Smart in strada assolata. Riscaldato in apposito pentolino e mescolato a caffé. Nera bevanda nata da chicchi di piantagione non europea. Macinati e poi imbustati, comprati da solita madre sbadata, il sole non intacca loro freschezza. Conservati in frigorifero perché non perdano fantomatico aroma. Acqua riempie fino a metà valvola Moka, l’aria si riscalda e la spinge attraverso filtro. Esce miracolosa bevanda svegliante. Lui la tranqugia insieme a latte: s’aggiunge a poltiglia del giorno prima. Galleggia e rumoreggia ma non intacca sacri sfrinteri. Porte chiuse.

Provo ad andare al bagno. È troppo presto: non riesco. Bevo un altro caffé.

Sollecita sfinteri con bevande calde, gioca con magiche pozioni che aprono le porte. Gioca con il fuoco. E allora via una prima ma insignificante scarica.

Una sensazione di lieve goduria mi pervade dopo ogni evacuazione felice. Dev’essere simile all’emozione del parto, conservare per tanto tempo qualcosa dentro di sé e poi sgravarsene all’improvviso. Mi faccio la doccia sulle ali dell’entusiamo. Preparo la valigia. Un bacio a lei, una carezza ai gatti. Esco nella brezza mattutina. Corro al bar per comprare le paste da portare a Roma. Qui il caffé è buono. Ne bevo un altro.

Sapori piacevoli ingannano bimbi ingenui. Allarme rosso. Sfinteri, prepararsi al protocollo di sicurezza. Si evacua tutto. Avvisare abitanti intestini, anche inquilini di vecchia data. Residui di cene improponibili, è ora di fargliela pagare al maledetto porco ruminante. Al via sommovimenti intestinali. Tenetevi pronti: al mio segnale scatenate l’inferno.

Ore 9.30, stazione di Cassino. Attendo il treno per Roma. Ma non ce la farò. Ho qualcosa dentro che grida vendetta. Mi sa che questa mattina non l’ho fatta proprio tutta. Corro verso i bagni sognando come Renton rubinetti in oro e un lacché che mi porge la carta. E invece di carta non ce n’è neanche l’ombra e di bidé neanche a parlarne. A terra un misto putrido di acqua e piscio. Corro al giornalaio e compro fazzoletti di carta. “Me ne dia uno, anzi, due pacchetti!”, dico con la faccia di chi è in astinenza da bagno o da eroina.

Non arriverà a destinanzione! Sfinteri sganciate le bombe aria-merda!

Devo aver compromesso le mutande. Torno nel “peggior cesso del Lazio” e chiudo la porta alla meno peggio. Tiro giù i pantaloni e mi sporgo sorvolando con il mio enorme culo il buco del cesso alla turca. Partono spruzzi in ogni direzione.

Non c’è tempo di solidificarsi, scendete così come siete, evacuate tutto!

La porta si apre ogni tanto. Riesco a chiuderla definitivamente, prima che passi una famiglia di nigeriani e mi guardi come se fossi un clandestino. Tiro fuori i fazzoletti. Il primo non è abbastanza forte e quasi mi si rompe in mano. Ora anche il mio pollice è compromesso. Finisco il pacco senza aver finito il lavoro. Sono un’equilibrista sopra l’abisso. Mi tolgo le scarpe senza poggiare i piedi a terra. Sfilo i pantaloni senza che sfiorino la melma. Prendo le mutande, mi ci pulisco il sedere. Non c’è un secchio, allora infilo i boxer sporchi nel vano porta carta, che è vuoto. Si reggono, resteranno a lì. All’uscita non c’è neanche del sapone. Mi lavo le mani con sola acqua. Imploro in edicola un barattolo di amuchina o salviette profumate. Non ci sarà sapone fino a Roma. Giuro a me stesso che non mangerò mai più. Due ore dopo invischiato di nuovo in un pranzo luculliano con mozzarelle di bufala.

Ce la pagherà, per la mia bile, ce la pagherà!

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