La gente felice non ha mai scritto un cazzo di interessante

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L’infelicità è condizione essenziale per la scrittura. Almeno se per felice intendiamo il “sazio”, il bastante a sé stesso, il pieno, il completo, il null’altro facente. Nella pienezza, infatti, non c’è spazio. È proprio una questione fisica, non c’è posto. La scrittura ha bisogno della benzina per il moto, per la disperata ricerca di un altrove. Per girovagare ha bisogno di non fermarsi ai luoghi d’origine. Li cercherà, sicuramente, ma come oggetto di nostos, diremmo noi con un composto moderno: come nostalgia. Quindi li sognerà mentre è da tutt’altra parte. La scrittura non deve mai essere piena di sé, mai appagata. La scrittura è sempre fuori contesto.

Epicuro scrisse pochissimo, Socrate non scrisse affatto. Quando Epicuro scrisse fu manifestazione di anelito verso la felicità, quindi di tensione, di mancanza vitale non pienezza. Scrisse in un momento di crisi, di divisione, di sofferenza. Proprio in quei momenti in cui la felicità era più lontana. La sua intera filosofia è un piano “b” altrimenti detto lathe biosas: vivi nascosto insieme a quelli che la pensano come te nel tuo giardinetto, lascia perdere la polis, il luogo delle divisioni, delle contraddizioni. Una ricetta che basta per costruire una vita felice, un nuovo cerchio in sé conchiuso.

Resta impresso il momento in cui il filosofo di Samo fa l’elenco dei suoi mali, delle sue viscere che non funzionano più come una volta, della morte che s’appressa e della felicità che gli provoca il ricordo delle conversazioni con i suoi compagni. È un momento che non può non impressionare, non può non renderlo una figura ai limiti della santità, prefigurazione degli asceti che sopportano mali fisici indicibili. Ed è proprio lì che capisci che c’è qualcosa che non va, che Epicuro utilizza la scrittura come tecnica del sé, come un dispositivo atto a rimuovere la sofferenza, a depurare la bile nera dall’animo. Perché quando gli organi vanno a puttane, l’unico rifugio è nella scrittura dei momenti felici.

Il giardino di Epicuro è costruito su una spaccatura epocale, su una crisi che fagocita interi pezzi di mondo. E nasce dal vuoto di quella divisione, di quella soglia. È un cerchio conchiuso in bilico sull’abisso. Ricomporre la frattura è il compito (anche) della tecnica della scrittura. Che parte da una condizione di vuotezza, d’infelicità, di divisione profonda ed essenziale. E che per ricomporre quella frattura deve andare da qualche altra parte, dev’essere fuori contesto. Dev’essere infelice, deve avere voglia d’evadere e di ricostruire, persino nel momento in cui vuole semplicemente rivomitare l’intollerabilità della vita su carta. Non c’è Bukowski, Celine o Di Ruscio che tenga senza quella frattura.

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