Barriere di vetro e recinti di cristallo. Sans billet e sans papiers da Termini a Budapest, passando per Ventimiglia

Hankabu è un quadrupede bimorfo, unione di due bipedi eretti che, a seconda della prospettiva dell’osservatore, s’incrociano e si sovrappongono. La prima volta si scontrarono alla stazione Termini, dopo un moto di rivoluzione (circospetto giro intorno a un binario). Per le mistiche leggi dell’attrazione gravitazionale si trovarono a passare una notte sulla banchina accoccolati sopra la panca dove era solito riposare un clochard, che si dovette, per l’occasione, acclimatare qualche meridiano più in là. Si vocifera che Sole, quel giorno, non volesse sorgere, per paura di separare ciò che Notte aveva unito.

Questo incontro mitico, che è alla base della leggenda di Hankabu, oggi, non sarebbe possibile. Per colpa del muro di vetro che trancia in due la stazione Termini di Roma (ma anche quelle di Milano e Firenze).

Muri alla stazione Termini
Muri alla stazione Termini

Come tutti gli innamorati della stazione Hankabu si scambiavano lunghi e struggenti addii per fisiologiche separazioni di qualche giorno. L’ultima invenzione di Trenitalia, però, ha sottratto loro quell’innocua idiozia: la possibilità di accompagnarsi o di accogliersi sin dall’ultimo o dal primo passo del loro stare insieme. Supera la barriera solo chi ha con sé un biglietto: i sans billet, dunque, sono i nuovi sans papiers. Sprovvisti del costoso pezzo di carta, verranno respinti dagli addetti in divisa.

Le chiamano barriere antiterrorismo, misure di sicurezza per il Giubileo. Compaiono in ordine cronologico subito dopo le transenne anti-rom, come le avevano battezzate i simpatici quotidiani di Firenze.

Le celeberrime transenne anti-rom
Le celeberrime transenne anti-rom

Le transenne anti-rom nascono con l’obiettivo di impedire ai questuanti, ai traffichini, ai borseggiatori, o a chi s’ingegna per portare a casa una mancia di cinquanta cent, quando va bene, di disturbare i viaggiatori che comprano i biglietto. Gli avec billet abitano la stessa stazione dei sans billet, eppure Trenitalia costruisce un muro per separare gli indesiderati dai desiderati. La transenna, di per sé, non è niente di insormontabile. Un nastrino rosso che ha il potere di segnare una linea di demarcazione netta tra chi ha il titolo per soggiornare e chi, clandestino, si aggira marginalmente per il centro.

Le transenne anti-rom compaiono qualche tempo dopo la divisione dei viaggiatori -degli avec billet, dunque- in uomini-freccia e bestie regionale.

Trenitalia-Regionale-e-Frecciarossa
Trova le differenze

Il primo muro, la prima barriera, il primo confine, Trenitalia l’ha introdotto sul tipo di viaggio: Frecciarossa o Regionale. Riflette una divisione in classi tra viaggiatori ricchi e viaggiatori poveri, tra facoltosi pendolari delle lunghe distanze e carne da macello quotidiano, stipata alla meno peggio in una carrozza spesso caldissima o freddissima, in condizioni che, di regola, travalicano i limiti dell’umana capienza. Da una parte c’è il collegamento Wi-fi, dall’altra neanche il posto in piedi garantito. Ci sono procedure diverse persino per il rimborso dei biglietti.

Questi muri, in fondo, non sono diversi da quelli che dividono la Serbia dall’Ungheria, le città spagnole Ceuta e Melilla dal Marocco, gli Stati Uniti dal Messico, Gaza da Israele. E si insinuano dentro di noi, ci seguono tutti i giorni, sui treni che corrono da Ventimiglia a Menton dove le perquisizioni sulla base del colore della pelle sono una routine, come testimoniano gli attivisti dell’ex presidio No Border. I treni tornano ad essere luogo di apartheid: in afrikaans, semplicemente, separazione. Come nel caso delle Frecce, si tratta sempre di dividere i ricchi dai poveri: siano essi individui, classi, etnie o interi popoli.

Jean Jacques Rousseau scrisse nel suo Discorso sull’ineguaglianza:

Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l’idea di proclamare questo è mio, e trovò altri cosí ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie, quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fosso, avrebbe gridato ai suoi simili: “Guardatevi dall’ascoltare questo impostore; se dimenticherete che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, sarete perduti!”

Quello che spesso dimenticano i moderni apologeti del diritto di migrare è che la politica del muro, del dazio, della dogana al confine, è insita nello stesso concetto di proprietà. La nostra è una società fondata su recinti e barriere.

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