L’eredità di Ken Saro Wiwa

Gas flaring nel Delta del Niger
Gas flaring nel Delta del Niger

“La Nigeria è una costruzione: è il tentativo dei principali gruppi etnici di stare insieme, di condividere il potere, creando qualcosa che fondamentalmente non funziona. Perché non è organico”, parola di Noo Saro Wiwa, scrittrice britannico-nigeriana, figlia dell’attivista Ken Saro Wiwa, impiccato dal suo governo 20 anni fa, il 10 novembre 1995, perché si opponeva al disastro ambientale nel Delta del Niger. Un evento che ha sancito l’uscita della Nigeria dal Commonwealth, che ha concentrato l’attenzione del continente “distratto”, l’Europa, sulla tragedia del popolo ogoni: minoranza persa nel caos etnico nigeriano, contadini senza acqua e terra, perché avvelenate dalle scriteriate estrazioni petrolifere e di gas di compagnie quali Shell, Total e Eni.

L’importanza di chiamarsi “petrolio grezzo”. Noo, in lingua ogoni, significa “petrolio grezzo”. La “n” si pronuncia “gn”, un suono che in tutto il resto del “gigante dell’Africa” – un paese che raccoglie 160 milioni di abitanti di oltre 100 etnie diverse – non sanno neanche dove sia di casa. Chiamarsi “petrolio grezzo”, nel fazzoletto di terra inquinata che si affaccia sulle rive del Delta del Niger, è un po’ come chiamarsi “diamante” in Kenya: indica la possibilità di ricchezza e sviluppo persa nella spirale della corruzione. Ed è dannatamente difficile portare quel nome, se sei la figlia di Ken Saro Wiwa. Prima ancora che contro il disastro ambientale, però, l’attivista conduceva la sua battaglia contro la “decrepitezza morale”. Era in catene, ma scriveva che la vera prigione non sono le ristrettezze o le limitazioni della libertà. Nella vera prigione non è morto Ken Saro Wiwa, ma vive il popolo nigeriano.

Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un’intera generazione
È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L’inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi.

La Nigeria è Transwonderland. “Dopo l’assassinio di mio padre non volevo avere più nulla a che fare con la Nigeria”, Noo lo scrive nel suo ultimo libro, In cerca di Transwonderland, e lo ripete alla presentazione del volume alla Casa delle Culture di Roma di qualche giorno fa. In quelle pagine c’è il diario della sua sofferta riconciliazione con le origini. Torna nel suo paese da turista e fa cazzotti con il passato. Non idealizza il padre, lo ricorda in pregi e difetti: compresa la poligamia praticata “per tradizione”. Cerca di riconciliarsi con un luogo in cui è indigena e aliena allo stesso tempo: ha l’accento britannico, ma a volte la sua anima nigeriana fa coming out. La scrittrice cresciuta a Londra accosta il Paese africano al parco di divertimenti di Transwonderland, presentato nelle guide come una sorta Disneyworld, ma abbandonato all’incuria, morto di inedia. “Per me è una metafora: la Nigeria parte bella, lucida e piena di ottimismo, poi mano a mano decade. È un paese ricco di cultura, di paesaggi meravigliosi. Ma non sono sottoposti ad alcun tipo di manutenzione, perché il governo pensa solo al petrolio”.

Una crescita senza sviluppo. Petrolio in Nigeria significa monopolio dell’economia: soffoca tutto il resto. “Per noi è stato una benedizione e una maledizione al tempo stesso – spiega Noo Saro Wiwa -, i governi hanno trascurato tutti gli altri aspetti dell’economia concentrandosi solo sui soldi dei giacimenti. Noi ogni ‘tot’ decenni abbiamo avuto un boom petrolifero, l’ultimo è arrivato quasi alla fine, la Nigeria cresce con un ritmo del 6% annuo. Ma è una crescita senza sviluppo, perché la tecnologia moderna incontra una comunità pre-industriale che vive di agricoltura e che fa affidamento sulla terra per la sopravvivenza”.

L’eredità di Ken Saro Wiwa. Così i popoli restano sospesi nella trappola della crescita: non possono più vivere di agricoltura, perché acqua e terra sono inquinate, ma neanche di petrolio, perché delle estrazioni beneficiano solo le aziende estere e il governo. “Mio padre chiamò la sua campagna genocidio: non è un’esagerazione, non si tratta dell’olocausto, ma la comunità muore di una morte lenta”. “Mio padre – prosegue Noo – ha insegnato agli ogoni che potevano avere voce, nonostante si trattasse di una piccola minoranza. In tutto il mondo la sua morte ha fatto partire la scintilla del movimento per la responsabilità delle multinazionali, che oggi sentono l’obbligo di restituire qualcosa alle comunità. Il presidente della Nigeria si è impegnato a stanziare fondi per ripulire il delta del Niger, se manterrà la sua promessa potrebbe essere la più grande eredità lasciata da mio padre”.

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