Gli effetti dello sgombero del Baobab, tra solidarietà senza fissa dimora e il fantasma dei transitanti

 

12141591_892805170796236_1565006365117272161_nDall’assistenza stabile all’assistenza senza fissa dimora. Il camper di Medu di fronte al centro Baobab è la testimonianza che la solidarietà non può essere sfrattata e che, in qualche modo, deve trovare una sponda istituzionale per garantire standard di accoglienza degni. I migranti che il centro ha ospitato, infatti, non scompaiono: anche se, per la legge, sono poco più che fantasmi. Il famigerato trattato di Dublino parla chiaro: il richiedente asilo è obbligato a fare domanda nel paese di arrivo, poi, come rifugiato, non ne potrà più uscire. L’Europa non esiste per chi fugge da guerre, torture e violazioni dei diritti umani.

Nascono così i transitanti, di cui il Baobab si è occupato: il loro obiettivo è raggiungere il Nord (Germania, Svezia, persino la poco accogliente Gran Bretagna) ed evitare di lasciare le impronte nei paesi mediterranei. L’Italia – che oggi rischia una procedura infrazione Ue – ha iniziato a chiudere un occhio, a lasciarli sgattaiolare alla spicciolata in una zona grigia d’inesistenza, come se stessero compiendo un crimine. È qui che si inserisce prepotente una domanda. Come può un’istituzione accogliere un fantasma legale?

 

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Il camper di Medu

È un paradosso ontologico non di poco conto. I fantasmi a Roma hanno preso improvvisamente consistenza quest’estate, dopo lo sgombero forzato del campo abusivo di Ponte Mammolo. Dove pagavano chissà quanto per soggiornare qualche giorno in una baracca, tempo di ricevere i soldi dai parenti con i lentissimi sistemi di Money transfer e tentare l’avventura verso le frontiere di Ventimiglia e del Brennero. In quella cortina di illegalità in pochi li avevano notati e anche chi si era accorto di loro aveva chiuso gli occhi. Poi, però, quando le ruspe hanno distrutto l’insediamento con un quarto d’ora di preavviso, senza permettere ad alcuni ospiti di recuperare neanche i documenti, i fantasmi sono balzati al centro della scena. I riflettori si sono accesi su di loro, che vagavano in migliaia tra la Stazione Tiburtina e il Baobab: spettri in bella mostra, apparizioni in pieno giorno.

 

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I fantasmi di Ponte Mammolo

Da notare che inizialmente l’ex assessore alle Politiche sociali Francesca Danese aveva proposto come soluzione alternativa per alcuni sgomberati proprio il Baobab, gestito dall’eritreo Daniel Zagghay, in cui allora non si erano ancora insediati i volontari. Gli stanziali del campo, eritrei rifugiati da un decennio in Italia o migranti di lunga presenza, hanno rifiutato ostinatamente la destinazione, preferendo dormire in strada, nel parcheggio antistante al campo distrutto.

Poi sono arrivati i volontari, che hanno gestito per tutta l’estate il flusso a Roma: sembra che in 35mila siano passati dalla struttura, una cifra enorme se si pensa che in Italia, da inizio 2015, sono arrivati circa 130mila migranti. L’unica risposta istituzionale è stata la tensostruttura della stazione Tiburtina gestita dalla Croce rossa, che poteva ospitare, però, al massimo 150-200 migranti. Il Baobab nei giorni peggiori ha accolto oltre 800 persone. La situazione, ovviamente, era ai limiti della vivibilità. L’assessore Danese per mesi ha paventato la soluzione del FerrHotel: uno stabile donato da Ferrovie dello Stato che doveva essere pronto in estate, pubblicizzato come “hotel per i transitanti”. Oggi ha le finestre murate, problemi di muffa e immondizia, come documenta una bella inchiesta di Redattore sociale.

I volontari del Baobab, pur con tutti i limiti del lavoro volontario, hanno sperimentato un’accoglienza diversa, davvero più umana: che passava anche per un aspetto ludico, fatto di visite al Colosseo e biglietti per i concerti dell’estate romana. Hanno reso i fantasmi di nuovo persone, fino a che quella natura spettrale non ha investito di nuovo anche loro: sfrattati per cause amministrative dallo stabile, ora sperimentano la solidarietà senza fissa dimora, in cerca di una risposta istituzionale. Fino a una settimana prima dello sgombero, quando le forze dell’ordine hanno effettuato uno spettacolare blitz all’alba, Roma ha volutamente chiuso gli occhi sul Baobab. A Ventimiglia, invece, la cura dei transitanti nel campo No Border ha incontrato l’opposizione feroce delle istituzioni, che hanno rilasciato fogli di via agli attivisti e represso manifestazioni.

Identificazione delle forze dell'ordine al Baobab, una settimana prima dello sgombero
Le forze dell’ordine identificano i migranti al Baobab una settimana prima dello sgombero

Nei giorni dello sgombero del Baobab il candidato sindaco di Roma per Sinistra italiana Stefano Fassina si è affacciato un paio di volte davanti il centro. Alle domande dei giornalisti sul modello di accoglienza che ha in mente per la città ha risposto sostanzialmente con la supercazzola del “sostenere le forme di accoglienza dal basso”. Una manfrina bella da sentire, che ignora però il problema fondamentale: chi fugge dalle guerre ha bisogno di assistenza medica, psicologica e legale qualificata. Ha bisogno di mediatori culturali, figure di cui c’è una drammatica carenza persino in luoghi nevralgici come i centri istituzionali. Ha bisogno insomma di un’accoglienza professionale e istituzionale, non della generosità, pur straripante, dei volontari.

La verità è che un modello di accoglienza per i transitanti, in Italia, oggi non c’è. Ogni tensostruttura è destinata ad essere temporanea, ogni FerrHotel è destinato a restare chiuso.

Urge una soluzione: oggi il mare  è grosso, i flussi migratori sono in calo, ma già da marzo riprenderanno in tutta la loro dirompenza. A meno che in 3 mesi non si trovi una soluzione alla guerra in Siria, alla polverizzazione della Somalia, alla dittatura in Eritrea – con cui l’Italia intrattiene proficui affari – con il servizio militare a tempo indeterminato e alle molte altre crisi internazionali alla base degli attuali flussi migratori. È chiaro che il trattato di Dublino deve essere superato, ma prima ancora bisogna trovare un modo per garantire un’accoglienza degna ai fantasmi in transito. Per questo bisogna firmare l’appello lanciato su Change.org, che va nel senso giusto: quello di trovare uno spazio a Roma in cui continuare ad accogliere i transitanti. Possibilmente con la benedizione delle istituzioni.

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