Il ponte delle spie, il Rocky IV spielberghiano

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De Il ponte delle spie colpisce la maestosa costruzione e ricostruzione storica. Così credibile e accurata nel dettaglio, nella composizione degli oggetti sui tavoli, nelle marche delle lamette e dei cerini; così tragica e vera nel contesto storico al di là del muro, tra le macerie di Berlino Est; così ideologica e patinata negli Stati Uniti, il paese delle libertà civili contrapposto al nemico assoluto, l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (ma chiamiamola Russia! Ammicca un seducente Hanks/Donovan).

La specularità delle immagini al di qua e al di là del muro è semplice e totalizzante. Lo spettatore deve, volente o nolente, collegare la sequenza dei tedeschi dell’Est che vengono inchiodati dalle pallottole sul muro di Berlino mentre tentano la scalata verso l’Ovest, a quella dei bambini sorridenti che scavalcano per gioco un recinto in un giardino degli States. La terra delle libertà, d’altronde, è la terra degli steccati porosi nella visione ideologica di Spielberg. Ed è qui che lo spettatore cosciente non può non pensare ai sogni dei migranti che si sono infranti, negli anni, sul confine che divide gli Stati Uniti dal Messico. O, tornando indietro nel tempo, agli indiani d’America stipati nelle riserve dopo il più grande genocidio della storia. O, fermando il cronometro all’epoca descritta nel film, alle barriere invisibili che dividevano i negroes dai bianchi, agli omicidi di Malcolm X e Martin Luther King.

La proprietà, d’altronde, non è nient’altro che un recinto. Il più sacro nella terra delle libertà.

Il nemico è umanizzato solo come prigioniero di guerra: ricompreso, nel linguaggio dei diritti umani, all’interno di categorie politiche familiari. A Rudolf Abel – unico comunista a essere uomo e non macchina burocratica all’interno del film – non viene torto un capello, in carcere, mentre i russi sottopongono Francis Powers alla tortura del sonno. Una pratica che, ancora una volta, ricorda quelle proprio quelle della Cia, documentate giusto lo scorso anno in un rapporto della commissione intelligence del Senato Usa. Gli agenti segreti de Il Ponte delle spie sono frettolosi, è vero, interessati più alla sicurezza delle persone che alla sacralità dell’individuo, è vero: ma guardate che bel pezzo di Habeas corpus che vi restituiamo con Abel, potrebbero, però, gridare ai russi.

La superiorità morale, dunque, sembra fuori discussione. Il Ponte delle spie è un film maestoso e minuzioso, coinvolgente e commovente. In quanto a ideologia, però, non è diverso da Rocky IV. Forse è soltanto più pericoloso: per la qualità della pellicola e per la fedeltà della ricostruzione dei dettagli. Una legittimazione postuma che ha un sapore quanto mai attuale: siamo il paese delle libertà, sembra dire il film, fidatevi di noi, sappiamo come fare quando c’è da battere un nemico assoluto. Ateo o fondamentalista che sia.

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