Di Sgarbi e Renzi, di capre e gufi, di omosessuali e di Marx e persino di presepe. Di una certa deriva, insomma, del politicamente corretto

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Una capra che, almeno apparentemente, non sembra offesa

Non ho mai visto una capra offesa. Credo di non averci mai parlato, di non aver approfondito la conoscenza. E me ne dolgo sinceramente. Proprio a dirla tutta non ho mai visto neanche un gufo che gira lo sguardo per una parola fuori posto. Anche se so che possono fare quella cosa inquietante con la testa, che di per sé sarebbe un buon deterrente.

Eppure qualche voce in questo senso deve essere arrivata agli animalisti dell’Aidaa, che, come «provocazione», hanno presentato un esposto contro Matteo Renzi e Vittorio Sgarbi per l’uso ossessivo e offensivo  delle metafore dei «gufi» e delle «capre». In particolare lo storico dell’arte potrebbe essere reo, secondo gli attivisti, di «incitamento al maltrattamento di animali» oltre che di «un uso scorretto della lingua Italiana» (a quanto pare le capre sarebbero intelligentissime). Sgarbi, nella risposta, s’è dimostrato uomo d’intelletto e d’ironia. «Ringrazio l’Aidaa – ha affermato – condividendo pienamente le loro posizioni. Infatti, avendo evitato di legare al sostantivo capra qualunque aggettivo, ho sempre inteso “capra” come un complimento, considerando di molto inferiori alcuni uomini».

C’è una curiosa inversione di ruoli in tutto ciò. Quelli dell’Aidaa, dico, son brava gente: il loro profilo Facebook lo testimonia. Raccolgono animali dalla strada, cercano per loro una casa. S’impegnano anche nelle ricerche dei missing.

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Chi ama gli animali, dice l’adagio, non può essere una cattiva persona. La loro sembra un’attività più che onorevole. Sgarbi non è certo «cattivo», ma, non ce ne voglia, nonostante l’arguzia e l’ironia, deve la sua fama più a certi tristi teatrini – in cui il tormentone “capra” rientra in pieno – che alle sue conoscenze artistiche o doti di politico. Rappresenta una certa deriva del dibattito pubblico, con l’ossessiva ripetizione di un termine che rischia di uccidere ogni dialogo. Così il premier Renzi, con la retorica dei «gufi», squalifica il suo avversario invece che controbattere alle argomentazioni, servendosi di un insulto da quinta elementare.

Ora ci viene il sospetto che, a simili strategie, la risposta migliore sia un sorriso e magari un leggero scuotimento del capo. Che a dar perso ai bulletti, fin dall’asilo, ci si rimette soltanto. Gli si dà più gusto. Inoltre ci viene in mente che la trovata dell’Aidaa possa essere, vista la certezza dell’inefficacia dell’esposto, più che altro pubblicitaria. Ma a barattare un 5×1000 o una donazione in più per la squalificazione dello stesso termine animalista è una cosa alquanto meschina. Si rischia di cadere nel ridicolo.

Salendo di grado nell’ordine dei problemi, non credo di aver visto mai nemmeno un musulmano offendersi di fronte ad un presepe. Né tantomeno per aver assistito a un concerto di Natale. Ne ho incontrati di curiosi, è vero, che s’interrogano sulle incongruenze delle palme innevate, del colore così pallido della pelle di un bambino palestinese, di suo padre e di sua madre, mentre gli «stranieri», i Re magi, son rappresentati come uomini dalla pelle bruna (almeno uno di loro), nonostante siano sacerdoti zoroastriani, dunque persiani, dunque difficilmente assimilabili all’uomo africano medio. Ma son pagani, un po’ scuri dovranno pur essere.

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I paladini del sacro presepio

Sono altresì convinto, per le motivazioni su esposte, che il preside di Rozzano, che ha vietato il concerto di Natale, abbia fatto una figura barbina. Conosco tantissime brave persone, di cui ho persino stima, che hanno difeso quella scelta: gente di alto senso morale. Riconosco che le intenzioni del dottor Mastrococco erano buone. In una scuola dove i bambini stranieri – chissà, però, quante altre confessioni erano presenti – sono il 30% voleva semplicemente evitare che qualcuno si sentisse discriminato. «In classe ognuno può portare contributo, ma accendere un focus cerimoniale e rituale può risultare soverchiante per qualcuno, che potrebbe subire ciò che non gli appartiene», ha detto al Corriere di Bergamo. Mi chiedo, però, se prima di diramare il divieto abbia fatto una semplice domanda a qualche bambino: «Ma questi pupazzetti, in qualche modo, ti infastidiscono? Perché guarda che bello, ci si può anche fare la lotta. Se vuoi ci mettiamo vicino pure le candeline di Hannukah, non sia mai che un po’ di cultura dovesse entrare nella testa dei tuoi compagni». E giù di asinelli assassini nelle notti di Betlemme.

Di contro sono del tutto convinto che Matteo Salvini e quanti hanno profittato di questa vicenda per vestirsi da difensori della tradizione, siano in malafede. La componente anticlericale nella Lega è sempre stata una realtà di fatto e per il Calderoli di turno, che si sposò con il rito celtico, quei pupazzetti non possono che rappresentare dei vuoti simulacri. Buoni, tutt’al più, per farci la lotta. Eppure i paladini del bambinello, in questo affare, ci avranno guadagnato pure qualche consenso. E la posizione di chi crede che il multiculturalismo sia il male della società italiana e possa finire per soffocare le nostre tradizioni non può che essersi indurita.

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Il “cattolicissimo” primo matrimonio di Roberto Calderoli

C’è poi una questione che, apparentemente, c’entra poco. Alcuni si sono meravigliati della posizione del marxista Diego Fusaro, che ha spiegato «perché non fa sue le battaglie omosessuali» pur pensando «che l’omosessualità sia perfettamente secondo natura». L’adagio è trito e ritrito: secondo un certo marxismo la lotta è di classe e c’è solo un’opposizione che può accumunare tutti, sfruttati e sfruttatori, omo o eteressessuali che siano. Non avrebbe senso, dunque, condurre battaglie in nome dei diritti degli omosessuali, come non avrebbe senso, del resto, lottare in nome di qualsiasi categoria particolare. Tralasciando la concezione di «omosessualità secondo natura» – che ha il difetto di legittimare, di contro, la posizione di quanti ritengono che sia «contro natura», riconducendo tutto a questioni di lana caprina, del genere «è nato prima l’uomo o la gallina», «omosessuali ci si è o ci si diventa», nei ranghi dell’infinito dibattito tra essere e dovere essere -, invece di irridere le vecchie categorie marxiane – c’è chi la ha definite roba di «40 anni fa», anche se, 40 anni fa, c’era chi diceva che erano roba di 40 anni prima– c’è da capire cosa ci possano insegnare al di là del dogmatismo e dell’ortodossia. Si potrebbe pensare, ad esempio, di abbandonare ogni settarismo di associazione per i diritti dei pinguini del Madagascar o degli indigeni del Bugikistan e lottare, per una volta, tutti insieme, oppressi contro oppressori: che l’oppressione sia economica, sessuale, etnica o specista, che riguardi la struttura o la sovrastruttura. E può darsi che anche qualche battaglia si vinca. E che si scopra che, dalle vecchie categorie hegelo-marxiane si può ancora trarre qualche lezione utile: rimuovere gli ostacoli, superare le differenze, le barriere, tendere all’universale contro ogni particolarismo.

 

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Il post dello scandalo

Nell’ultima stagione della geniale serie animata South Park, va in scena la battaglia finale tra i populisti dei muri e i nazi del politically correct, detti Pc. Dove un nuovo preside, animato dalle migliori intenzioni, cerca di insegnare a un ragazzo disabile a non utilizzare la parola «ritardato». Quella parola, in effetti, non offende minimamente il ragazzo un po’ tardo al suo fianco. Ma il secondo finge che sia così. E quando il primo chiede spiegazioni, l’altro risponde: «C’è una guerra che sta arrivando e voglio assicurarmi di essere dalla parte giusta».

All’interno della guerra i Pc finiscono per rinchiudersi nel loro «safe space» (spazio sicuro) e perdono il contatto con la realtà. Che però è «fredda e cattiva» e se, viene cacciata dalla porta, rientra sempre dalla finestra.

I Pc finiscono per tiranneggiare, per decidere quale linguaggio si possa e non si possa utilizzare. Con il loro elitarismo radical chic conquistano i quartieri dei poveri, li gentrificano con i supermarket biologici e i locali per l’aperitivo. La vita diventa così cara che la classe media inizia a sperimentare una nuova forma di povertà, rischiando persino di perdere la casa. Processi che accadono e sono accaduti in tutto il mondo. Con il semplice risultato di indurire e accrescere le file dei populisti che vogliono «fottere a morte» gli stranieri, comodo capro espiatorio. Ma l’opposizione tra Pc e populisti, infine, si rivelerà per quello che è: fuffa. Altri sono i poteri che si muovono dietro le quinte.

Morale della favola? Per capirci basterebbe un po’ di buonsenso, cioè la capacità di non cedere al gioco sporco di chi, in malafede, ci tira per la giacchetta. Che ad andargli dietro rischiamo solo di sperimentare nuovi confini per il senso del ridicolo.

P.s. Per i fondamentalisti vegani: di base avete ragione anche voi, ma definire gli onnivori dei mangia-cadaveri non aiuterà certo la vostra causa. Se volete convincere qualcuno lo dovete attrarre, non respingere.

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