“Il paese dei coppoloni” di Vinicio Capossela. O di Guarramon che resuscita i morti

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Guarramon

Forse Vinicio Capossela è davvero il Guarramon, questo spirito dionisiaco che s’aggira nelle terre terremotate e dimenticate, dunque abbandonate, abitate da un’intera comunità di assenze. Un demone-ponte che fa da tramite tra due dimensioni, che vede uno sposalizio dove noi vediamo una chiesa vuota, che percepisce la vita all’interno delle rovine. Come un gatto fissa i fantasmi. Di più: lo sguardo di Vinicio vivifica, rende presenti, è un sesto e settimo senso insieme. Perché di sposalizi a Calitri, Andretta e in tutti gli altri meravigliosi paesi dell’Irpinia cantata dal Guarramonio ce ne sono stati davvero. E a decine caddero sponzati, vittime dell’ebbrezza della quatriglia infernale.

Guarramon l’aggirapaesi li osserva e li trasfigura nel mito. Il suo è prima un lavoro tassonomico: cataloga. Poi presenta i fatti in forma rigenerata: ne fa metamorfosi. La civiltà contadina – e qui sbagliava Pasolini – non è mai morta. Le sue tracce in Italia non scompaiono, basta allontanarsi dai centri urbani, vagare per i campi: per ager, pellegrini. E lì si può cogliere quella dimensione parallela, che viaggia al binario accanto al treno che chiamiamo modernità. Ha i suoi tempi, i suoi ritmi, i suoi mezzi di locomozione. È stata raccontata con altri mezzi da Paolo Rumiz e Alessandro Scillintani ne “Il Cammino dell’Appia Antica”. Che hanno cercato quella civiltà con i soli organi di senso possibili: i piedi.

Un’impresa per cui c’è bisogno di diventare così stranieri da conoscere ogni declinazione nelle lingue d’Italia della domanda “A chi appartenete?”, “A chi sì fij?”. La richiesta di un patronimico che è il solo modo sicuro di trovare un posto nella ripetizione infinita degli eventi, nella circolarità del tempo contadino, dove il padre trasferisce al figlio nome, mestiere, posto nella comunità, identità completa. Spezzata solo dallo sferragliare dei treni, che sgretolano la comunità lentamente, a poco a poco la sfaldano. Tutti migrano al Nord e quel grande organismo collettivo inizia a perdere un pezzo dopo l’altro. Fuori di lì quei pezzi acquistano una faccia diversa, che è quella dell’individualità. Ma perdono, per contrappasso, il volto comunitario: sono separati, divisi, irrimediabilmente spezzati. Il terremoto del 23 novembre 1980, allora, sembra solo una conseguenza della spaccatura che era già in atto da qualche decennio. Momento di divisione estrema che non può uccidere del tutto, però, quelle sopravvivenze: sono vita vegetale della miglior specie, sono erbaccia. Si sa: l’erba cattiva non muore mai ed è praticamente inestirpabile.

Guarramon nasce ad Hannover in Germania, nasce dunque separato. Come Ulisse sperimenta il nostos: un ritorno in quella che per lui, però, è la terra dei padri. A cui è legato e distante allo stesso tempo. Insomma: è il ponte perfetto, è il demone che quelle rovine attendevano. Impiega 17 anni per trovare una lingua “infangata con la terra delle origini” in cui scrivere “Il Paese dei coppoloni”. Trovate le parole non si quieta e le traspone in immagini: vivifica le sopravvivenze in quello splendido complemento che è il film. Nel frattempo inventa lo “Sponzfest”, lancia la “Banda della posta”, resuscita la quatriglia, ripesca l’ebbrezza guarramonica dal profondo della terra. È tutto un capolavoro unico – il libro, il film, la festa, la banda – che fa di Vinicio l’unico artista totale che abbiamo. Guarramon è più che un poeta che insegue lucciole e sopravvivenze, è un negromante che resuscita i morti. Teniamocelo e stretto e dichiariamolo patrimonio Unesco, prima che la Merkel  ce lo frechi.

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