Elogio del raccomandato con intrusione di spazio-tempi siderali sotto forma di memoria involontaria

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Non avrei mai pensato che esistessero così tanti modi per passare il tempo. Al culmine di una felice masturbazione, ad esempio, ci vuole grande abilità per riuscire a centrare il buco dell’ombelico con lo schizzo di sperma, anche se copioso. Bisogna evitare la colata lavica, bisogna calibrare le distanze, bisogna prendere la mira. Non è necessario uno studio geometrico: basta una buona intuizione dello spazio o un certo numero di ore di pratica. D’altronde l’abilità non è altro che una lancetta sul cronometro della passione. C’è chi riesce prima, chi riesce dopo: è solo questione di tempo e di energie impiegate. Anche se i fisici teorici, ormai, sembrano concordare sull’inesistenza del tempo al di fuori della nostra coscienza, come successione di passato, presente e futuro. Alcune correnti filosofiche lo sostenevano già, mai sai com’è, oggi i filosofi hanno lo stesso credito che riscuotevano gli scienziati naturali nel Quattrocento. Questione di epoche, questione di tempo.

Ricordo che quando ero un ragazzino un po’ troppo rotondetto cercavo con gli amici di scalare una parete di corsa. Non si trattava, ovviamente, di un muro verticale, ma di un mattonato arancione nei pressi della stazione metro di Rebibbia. Aveva una pendenza proibitiva, ma non impossibile. Il più atletico di noi ce la fece il primo giorno. Ogni pomeriggio tornavamo in quel luogo, per provare e riprovare. Ora di pratica dopo ora di pratica a turno i miei compagni riuscivano nella scalata. Ora di pratica dopo ora di pratica io conquistavo un mattone in più. Già, li contavo! E mentre invidiavo in segreto quelli che ce la facevano, gioivo in segreto dei miei piccoli progressi. Per ultimo conquistai quella vetta. Il tempo all’interno della coscienza era il mattone per me, la scalata passo dopo passo. Il tempo esterno era il mio mattone in relazione al mattone degli altri, alle loro cime. Da quel gioco di bambini scaturiva il miracolo di un’esperienza comune. Il tempo degli orologi ci mette in relazione, fa sì che nessuno di noi sia una monade chiusa in sé stessa. Ma questo, forse, la fisica non lo sa.

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Ora, quando mi sono messo a digitare parole a caso sulla tastiera, circa mezz’ora fa, volevo scrivere un elogio del raccomandato e non volevo assolutamente prendermela con i fisici: gente che ha studiato e che parla di cose che io non capisco. Scribacchiando per qualche giornale scopri spesso che il tuo concorrente, amico o quello che occupa la scrivania che un giorno vorresti occupare tu è figlio o parente o amico di uno che è o è stato a capo o in posizione di comando in quell’ufficio. Che nessuno lì dentro, in fondo, sa cosa voglia dire compilare o inviare un curriculum. Un giornalista di grande esperienza, un giorno, mi ha raccontato candidamente di quando entrava in redazione con i pantaloni corti. Aveva 14 anni e già scriveva per un quotidiano importante, perché il padre lavorava lì dentro e come lui forse il padre del padre e il padre del padre ancora. Dinastie di giornalisti, il tempo che scorre su fogli di carta stampata numerati secondo date diverse ma con all’inizio o alla fine degli articoli sempre le stesse firme, cambia solo l’iniziale, al massimo il nome di battesimo (ma basta saltare una generazione per vederlo tornare). Come nella civiltà contadine, dove l’aratro passa di padre in figlio e il figlio è sempre anche il padre e il padre si tramanda sempre nel figlio. Come nei miti greci, dove le generazioni di dei olimpici si riproducono e compiono gli stessi atti in una narrazione infinita, si amano si cornificano si uccidono si rapiscono s’inseguono si mangiano si scannano, cambiano solo gli esseri ai margini della storia, coloro che offrono sacrifici, innalzano templi e tributano onori, cioè i mortali.

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Ma c’è una particolarità in tutto questo: quel giornalista era veramente bravo. Era cresciuto in quell’ambiente, lo aveva respirato fin da bambino, ne aveva appreso ogni segreto. La raccomandazione affonda le sue radici nei detti “buon sangue non mente”, “la mela non cade mai troppo lontano dall’albero”, meglio fidarci di un amico, di un parente, dunque, che del primo sconosciuto. È una questione di tempo e di ambiente: un raccomandato è per sempre, è un talento che si riproduce di generazione in generazione. È il campione della conservazione, combatte l’ignoto con la forza del già conosciuto. Dona senso a quelle pagine, a quei fogli, ci si muove dentro come se ne avesse un’intuizione immediata. Fa centro al primo colpo nell’ombelico, sale il muro con l’agilità di uno scalatore. Pensaci: il tuo vicino raccomandato è sicuramente migliore di te. È ricco dunque ha fatto scuole migliori, è il rampollo di una dinastia dunque conosce ogni segreto di quell’ambiente. Non hai chance: baby, non puoi battere il raccomandato.

Già, volevo scrivere queste puttanate, ma poi è intervenuta quella storia di Rebibbia. La memoria involontaria di Proust è una cosa meravigliosa. E chissà dove si situa nello spazio-tempo dei fisici, se sulla cresta dell’onda gravitazionale o se è la sbarra che il quanto salta per giungere all’esistenza.

 

 

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