Appello per la libertà di stampa in Turchia

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Il carcere è il destino di chi fa informazione in Turchia. L’ultima vittima del terrore di stato è Mazlum Dolan, un giornalista curdo dell’agenzia di stampa Diha. Mazlum lavorava a Sur, distretto storico e patrimonio dell’Unesco della città di Diyarbakir, nel Sudest del paese. La zona sconta il coprifuoco di 24 ore imposto dal governo turco l’11 dicembre, un modus operandi diffuso in diversi distretti curdi e che ha causato la morte di 224 civili tra il 16 agosto e il 5 febbraio 2015 secondo la Fondazione per i diritti umani in Turchia (Tihv). Il 17 febbraio Mazlum resta intrappolato insieme ad altre persone, alcune ferite, in uno scantinato e invia ai colleghi di Diha un sms: “Non possiamo respirare, stiamo soffocando”. In quei giorni si parla di circa 200 civili rinchiusi come topi nelle cantine di Sur, sotto le bombe dell’esercito turco. Si teme un altro massacro, come a Cizre, dove 165 corpi sono stati rinvenuti carbonizzati dai seminterrati. Mazlum per fortuna non muore, ma viene prelevato dalle autorità insieme ad altre 5 persone. Oggi, 24 febbraio, è stato accusato di far parte di un’organizzazione terroristica ed è in carcere.

Per Mazlum e per tutti gli altri giornalisti detenuti in Turchia, abbiamo sottoscritto l’appello del giornalista turco Murat Cinar, che potete trovare qui.

Invitiamo tutti i giornalisti che lavorano in Italia a non lasciare soli nella loro battaglia i colleghi detenuti in Turchia. Chiediamo a tutti i giornalisti di aggiornare sistematicamente i propri lettori in merito alla libertà di stampa, espressione e pensiero in Turchia.

Nel 2012 Reporter Senza Frontiere definiva la Turchia come “carcere più grande del mondo per i giornalisti”. Sono passati 4 anni ed attualmente nelle carceri si trovano almeno 30 giornalisti.

Giornalisti che pubblicano o ripubblicano certi articoli, alcune fotografie, interviste o video, vengono accusati di “incitare la popolazione per provocare una rivolta armata contro il governo centrale”, “istigare e delinquere”, “collaborare con un’organizzazione terroristica” oppure di “appartenere ad un’organizzazione terroristica”. Tutto questo diventa possibile grazie ad una serie di realtà legislative presenti nel codice penale. Questa censura e repressione vengono sostenute anche con l’ausilio del potere amministrativo e di buona parte dei media mainstream. Non mancano umiliazioni pubbliche, offese volgari, accuse senza fondamenti, licenziamenti, violenze fisiche e processi informali seguiti da esecuzioni mediatiche.

Mentre attraverso diversi cambiamenti legislativi, il sistema giuridico e quello amministrativo riescono ormai in pochi minuti a oscurare interi portali di notizie online oppure singoli articoli, bloccare l’accesso ad un singolo account nei social media, nel mondo cinematografico, televisivo ed artistico crescono e si radicano a 360 gradi anche la cultura della censura e dell’autocensura.

Diversi giornalisti sono in carcere da anni ed aspettano la condanna, alcuni sono in attesa di sentire e capire quali siano le loro colpe ed alcuni invece vengono trattenuti per attendere l’inizio del loro processo. Le condanne richieste in alcuni casi prevedono anche l’ergastolo in condizioni aggravate.

Nonostante i diversi appelli lanciati da varie istituzioni in tutto il mondo e da altri singoli e gruppi di giornalisti, la Turchia continua ad essere un paese fortemente difficile e rischioso per la libertà di stampa.

Per questi motivi invitiamo tutti i giornalisti che lavorano in Italia a non lasciare soli nella loro battaglia i colleghi detenuti in Turchia. Chiediamo a tutti i giornalisti di aggiornare sistematicamente i propri lettori in merito alla libertà di stampa, espressione e pensiero in Turchia.

“Tutto quello che viviamo è grazie al fatto che abbiamo scatenato le ire del potere denunciando la corruzione e le falsità seguendo le tracce della verità. Con tanta convinzione, fede e caparbietà stiamo cercando di trascinare verso un punto visibile quella roccia grande chiamata “la verità”. Proprio nel momento in cui sta per sorgere il sole, le guardie notturne spingono la verità verso l’oscurità. E noi crediamo che un giorno coloro che dormono adesso difenderanno l’alba per un domani più solare”. (Can Dundar, capo redattore del quotidiano nazionale Cumhuriyet, giornalista in carcere)

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