Raggi o Giachetti. Della violenza del ballottaggio e di una possibile via di fuga comica

Roma: Raggi, vorremmo presentare giunta prima del voto
E ora scegli, se sei capace!

Virginia Raggi o Roberto Giachetti. Scegli chi ti vuoi mettere in casa per cinque anni: come una badante o una colf che quella casa di tutti, in qualche modo, la dovrà pur governare (se nel frattempo non spunta qualche scontrino malandrino). Il ballottaggio è uno degli eventi più violenti della storia delle democrazie. Non ammette sfumature: è bianco o nero, giallo o rosso, non c’è arancione o grigio. Per noi poveri elettori feticisti delle percentuali da prefisso telefonico, noi che soppesiamo attentamente ogni variazione nella scala cromatica, noi che disperdiamo le nostre croci in micropartiti che si vanno dissolvendo sotto un processo di scomposizione che è la lenta decomposizione di un cosmo, che nascono sotto simboli arcobaleno che inneggiano all’alba e alla rivoluzione, s’infatuano di leader esotici dal sapore greco-curdo-latino e poi tramontano cinque minuti dopo l’infausta elezione; per noi, dico, per la nostra gente il ballotaggio è un colpo al cuore. È una situazione da aut-aut, apparentemente non ci sono vie d’uscita.

Senza vie d’uscita, secondo Hegel, era la tragedia greca: in cui il contrasto tra le leggi dello Stato e quelle della famiglia si mostava irriducibile. E forse Virginia Raggi, che incarna la voglia e le speranze di cambiamento dei romani, sarà un po’ Antigone: stretta tra le norme della città che dovrà governare e quelle del Movimento, la famiglia a cui appartiene e al cui “staff” – sembra che “Che cos’è uno staff” sia il titolo di uno dei prossimi saggi del politologo italiano Ilvo Diamanti – dovrà sottoporre “proposte di atti di alta amministrazione e le questioni giuridicamente complesse”. Insomma: non vogliamo altre grane come a Livorno con l’azienda dei rifiuti o peggio ancora come quella dell’indagine sul ribelle Pizzarotti, che ha persino negato allo “staff” i documenti richiesti via Facebook, quasi un sacramento violato. Quindi la città la governiamo noi dall’alto. Con tanto di pena pecuniaria – 150mila euro – fissata in caso di trasgressione.

Dall’altro lato c’è la faccia pulita di Giachetti, che nasconde il marciume del partito dei circoli chiusi per mafia capitale. Che ha contribuito fattivamente negli ultimi trent’anni a ingrassare il debito della città a dismisura, senza garantire servizi – dai trasporti pubblici ai rifiuti, dagli asili al verde pubblico – degni di questo nome ai cittadini. Ma Giachetti viene dai radicali, si dice, un partito di onesti, quindi è giocoforza onesto. Il radicale sostenuto da un grande comitato elettorale ha un fascino che può stendere noi elettori dello zero virgola. Potremmo giurare amore eterno a chi promette stagioni di grandi referendum, partecipazione, fumo libero e amministratori così integri da rinunciare all’elezione per aver denunciato il malaffare alla Regione Lazio ed ha persino la forza necessaria per governare. Però il radicale può capovolgersi nel suo contrario in meno di un attimo: guardate l’ascesa e la caduta di Francesco Rutelli, Daniele Capezzone, il cosentiniano D’Anna con la tessera del partito, Pannella che flirta con il nemico di Arcore e gli salva pure il governo. Il radicale tocca le corde più nobili del nostro animo e per questo è pericoloso. Come dicevano Platone e Aristotele: è la corruzione delle cose migliori che dà luogo alle peggiori. Meglio accontentarsi di una via di mezzo.

Le narrazioni del voto cercano di presentarci Raggi e Giachetti come due condottieri che partono lancia in resta, ma non siamo di fronte alla sfida tra Orazi e Curiazi, in questa elezione più che mai c’è in gioco un intero sistema che ha (mal)governato Roma per troppo tempo. E il nuovo sembra più un salto nel vuoto che un’alternativa praticabile.

Così ci troviamo nel ballotaggio, nel momento della decisione, senza via d’uscita. E subito ci viene da pensare a quel saggio sul Pulcinella politico di Giorgio Agamben (Nottetempo, 20015), che svela il suo segreto: in ogni situazione che implica una scelta, un giudizio, una decisione, c’è sempre una via d’uscita. Questa è la verità della commedia, politica come quella della tragedia, solo che in altro modo o in modo altro. E allora guardiamoci intorno, passiamo in rassegna le alternative possibili.

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La leggerezza di Pulcinella

L’astensione: possiamo semplicemente decidere di non decidere. Ma come farlo in modo che il nostro atto sia politico è il vero problema. Che non si confonda con l’indecisione o peggio ancora con l’accidia, con il pressapochismo, con il vanzinismo di stampo berlusconiano, con il qualunquismo. Non possiamo, dunque, restare a casa. Far mettere a verbale il rifiuto della scheda è un atto controverso: c’è anche il caso di qualche presidente di seggio che ha chiamato i carabinieri. Scrivere voto “Enzo Ceccotti in arte Jeeg Robot” potrebbe farci comprendere il tenore dell’elezione, ma metterebbe in luce solo il lato comico della politica e non la politicità della commedia.

Ora che abbiamo guardato nel regno del possibile, diamo uno sguardo a quello dell’impossibile. Qui diventa tutto chiaro: c’è il Saggio sulla lucidità di José Saramago a fare da guida. Nella Capitale – guarda caso – di un paese imprecisato gli elettori disertano le urne per tutta la mattinata, mandando in tilt i nervi degli scrutatori. Poi, come se fossero davvero un unico corpo, alle quattro si ritrovano in strada e si recano a votare in blocco. La stampa è in tilt: sembra che dietro ci sia chissà quale macchinazione, ma gli elettori non si sono messi d’accordo, né sono eterodiretti. Alla fine della consultazione non vincerà né il Partito di destra (Pdd) né il Partito di sininista (Pds). Vincerà la scheda bianca immacolata con il 70% delle preferenze: niente Jeeg, niente Ceccotti a insozzare quella rivoluzione silenziosa, che mette in discussione i fondamenti stessi del potere costituito e che, proprio per questo, genera la reazione muscolare del ministero del governo del paese imprecisato. È la via d’uscita comica alla situazione tragica e violenta del ballottaggio. Evento che, per ovvi motivi, non accadrà a Roma. Ma abbiamo ancora un paio di settimane di tempo per inventarci qualcosa.

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