Vuoi donare un euro per il terremoto? O della sindrome di Randy Marsh

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Il carrello conta cinque pezzi. Due birre, un plico da sette ravioli, una tavoletta di cioccolato e un pacco di patatine sale e pepe. La tua calcolatrice mentale è un giudice inflessibile: sono 25 euro e 92 centesimi. Sudi freddo, ma continui a sorridere. Con la faccia di chi, al conto finale, non ha mai fatto troppo caso. Sai, qui anche l’aria è d’eccellenza. È a chilometri zero. Non la producono chissà dove in Bangladesh o in Cina, ma è fatta da alberi italiani che affondano le loro radici nel cemento della Garbatella, sottraendo anidride carbonica al nostro mondo inquinato. Ed anche in fatto d’aria la qualità del made in Italy ha i suoi costi. Per questo vai avanti a piccole dosi d’ossigeno. Cercando di ridurre quella costosa dipendenza. Anche la tua ragazza ha questo vizio, lei è proprio una drogata. Tu, da bravo tossico, la fulmini con lo sguardo ad ogni boccata troppo profonda. Che andasse a inspirare al discount, se non sa ritardare di qualche secondo l’espirazione.

Arrivi in cassa. Il commesso africano ti sorride. Come parte di una catena perfetta, dove l’eccellenza parla la lingua dell’integrazione. È il mondo che hai sempre sognato, ti avvicini raggiante, felice di aver fatto parte anche quest’anno di una piccola utopia. «Una donazione di un euro per le persone colpite dal terremoto?», ti chiede l’uomo con accento francese. Non lo capisci, sei un po’ in imbarazzo, ma hai l’ardire di chiedere: «Mi scusi può ripetere?». E lui con lo stesso meraviglioso sorriso, ma con voce più alta: «Una donazione di un euro per le persone colpite dal terremoto?». Il tuo primo istinto è dire no. È una questione pavloviana: vuoi donare un euro? No grazie – non ora – non a te – la prossima volta. La parola ti sta per sfuggire dalla bocca. Poi guardi le persone in fila. Guardi gli altri cassieri, guardi perfino quell’ingorda d’aria scroccona che ti sei portato dietro. È come se il mondo fosse sospeso, se tutti pendessero dalle tue labbra. Torni sul commesso africano. Sotto il peso di questo gigantesco Super Io, del grande occhio giudicante, tradisci Pavlov per Freud: «N… ohhhh… aaaaaaah…sì, uhmm, certo!».

Sotto il cielo della qualità italiana, tutto continua a scorrere secondo morale. Esci da quella piccola isola felice con la tua bustina in mano, ma ti senti violato nell’intimo. Perché hai cambiato idea? Non certo per un improvviso impulso di solidarietà. Non “perché anche un euro, in questi casi, può fare la differenza”. Allo stesso modo il tuo “no” non era dettato da mancanza di empatia. Ma da un semplice riflesso: azione-reazione, domanda-risposta. Ti rendi improvvisamente conto di essere stato vittima della sindrome di Randy Marsh. Già, il padre di Stan, il ragazzino di South Park con il cappellino blu. Lui che si era battuto per portare l’etica dei supermercati Whole Foods nella sua cittadina in Colorado ed è stato quasi sfrattato da quell’indubbio senso morale. La qualità italiana non è roba per te, in fondo lo hai sempre saputo. È meglio che torni ad inspirare l’aria crucca del discount.

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