Di Jurij Gagarin, Muratella e di stazioni al finimondo

muratellaLa stazione di Muratella è il finimondo. Finis mundi, il confine del mondo. O forse, più prosaicamente, il finiroma. Da queste parti abbiamo sempre pensato di essere al centro di un grande racconto. Abbiamo creduto che le rovine degli antenati bastassero per giustificare uno sprezzante senso di superiorità nei confronti dell’oltreroma. Con arroganza abbiamo esplorato poco i nostri confini, non abbiamo danzato attorno alle rovine dell’oggi, non le abbiamo interrogate. Ora che le buche si aprono anche in centro, quella caduca modernità non ci vuole più parlare.

Il confine è proprio sull’ingresso della stazione: il marciapiede che permette l’acceso ai treni. Sembra abbastanza nuovo e totalmente fuori contesto. Di fronte c’è solo una fermata dell’autobus. Poi un deserto fatto d’asfalto, erbaccia e macchine che sfrecciano. Avanzo di cento metri e come il protagonista di un gran bel film penso: fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Il guardrail è animato da rovi che aggrediscono qualsiasi forma di vita organica. Quasi mi spinge verso il centro della strada. Al finimondo o al finiroma, chiaramente, il pedone non è invitato.

Svolto in viale Marchetti e vengo assalito da un sensazione di pace. È come se l’apocalisse fosse già passata ed io l’avessi mancata per un attimo. Ma non c’è altro che quell’attimo ad attendermi, quell’eterno presente. In viale Marchetti l’erbaccia batte l’asfalto ovunque. Cresce rigogliosa al centro della strada, subissa quel nero pece inanimato con tutta la potenza del suo rigoglio verde, della sua vita. Contemplo, interrotto solo dallo sfrecciare dalle macchine. Non c’è traccia di essere umano intorno a me, ci manifestiamo solo attraverso i rifiuti. Piccole discariche spuntano agli angoli delle strade, i sacchi neri della spazzatura non riescono a trattenere i tovaglioli sporchi e piatti di plastica usati al loro interno. Neanche quella svastica nera mastodontica scolpita su un muro bianco mi turba. Anzi, aumenta quel benessere interiore. D’altronde al finiroma tutto ciò che resta della città è rifiuto. Presto l’erba sommergerà tutto. Presto, sì, anche se quest’attimo sembra non voler passare mai.

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Via Jurij Gagarin. Il comune di Roma lo traslittera così, chissà se a Milano o a Napoli la grafia è la stessa. Solo lui riesce a turbare quell’attimo, a spezzare la pace, a irrompere nel finimondo. Narrano che appena rotto il confine dell’atmosfera, primo uomo di cui ci sia traccia nello spazio infinito disse: “Quassù è tutto bellissimo. Non vedo nessun dio”. Per questo contende a Prometeo il più grande atto di hybris della storia. Sfidare la divinità nell’elemento etereo, pioniere della sua specie, e tornare a terra per ribadire ai suoi simili: siete voi il senso della Terra.

Solo la hybris di Gagarin può aver costruito quella cattedrale nel deserto proprio lì, al finimondo. Un grande palazzo con i vetri a specchio, sede di diverse mega aziende. Di quelle che ti permettono di crescere al loro interno. Che ti accolgono, come un feto, in un abbraccio materno. Che ti cullano, ti viziano, ti danno la possibilità di accendere un mutuo e di spegnere una macchina. Per sfrecciare anche tu lungo viale Marchetti con un motore.  L’attimo passa e il tempo ricomincia a scorrere. Sono dentro. Parlo di me. Delle mie ambizioni. Dei miei pregi. Dei miei difetti. “La verità è che sono troppo buono…”, dico alla selezionatrice. Riscaldo la vecchia minestra dei colloqui. La condisco di nuove esperienze lavorative. Di insoddisfazione, per i recenti fallimenti. Mi trattengono una mattina intera dentro quel mondo dopo il finimondo.

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Alla fine mi propongono di lavorare per otto ore al giorno ricompensate con seicento euro al mese. È uno stage, dicono, ma i turni sono come quelli dei dipendenti. Mi faranno sapere, naturalmente, il posto non ce l’ho mica assicurato. Chiedo ai miei compagni di sventura che cosa ne pensano. Mica male, mi rispondono. Qualcuno di loro verrà risucchiato all’interno dell’azienda-mamma in piena espansione e pieno sviluppo. Poi verrà rigettato fuori appena un nuovo feto sarà pronto. Rifiuto un passaggio fino alla stazione per immergermi di nuovo nel mio finimondo. Fanculo Gagarin e i palazzi specchiati.

 

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