Media, politica, popolo del web. Glossario delle parole senza significato

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Dear readers (…)

I’m writing because I have a request: Please stop calling us “the media.”

Yes, in some sense, we are the media. But not in the blunt way you use the phrase. It’s so imprecise and generic that it has lost any meaning.

(P. Fahri, Washington Post, 23 settembre 2016)

Ha ragione Paul Fahri del Washington Post: la parola media, oggi, ha perso ogni significato. È come l’amen dopo la preghiera: ripetuta tutti i giorni da una platea troppo vasta, ha finito con l’indeterminarsi e perdersi nella folla dei parlanti. Discetta di media il barista che la mattina ci prepara il cornetto e il cappuccino, il signore del quarto piano che incontriamo sempre in ascensore, il dirigente di banca, l’attivista per i diritti umani, il militante di Casapound, sindaci, parlamentari, presidenti del Consiglio. La cosa triste è che il livello del discorso resta sempre alla mattina, cioè al bar. I media sono flagello di governi e squadre di calcio, fanno crollare la borsa e nascondono le vere notizie sotto i sassi. Come piccoli esserini del folklore, escono gobbi dai tombini di notte e si divertono a sconvolgere il mondo alle nostre spalle.

“Come apprendiamo da fonti di stampa” è un tormentone piuttosto divertente, che cancella ogni colpa ed ogni merito individuale per trasferire il discorso nel tranquillo e generico campo dell’indeterminazione. Viene pronunciato per lo più da uomini e donne politi-ci/che, sempre meno per dare autorevolezza alle proprie parole, sempre più per giocare allo scaricabarile su frasi di cui, a conti fatti, non vogliono assumersi la responsabilità, ma nemmeno trasferirla a qualche soggetto esistente: non al Fatto Quotidiano, non all’Ansa, non al Messaggero, non a Sky Tg24, ma “alle fonti di stampa”. Siamo ancora nell’ambito dei peccatucci. La situazione peggiora quando i “media” diventano un soggetto agente. Scrive Beppe Grillo con il clamore che lo contraddistingue: “I media italiani sono l’oppio dei popoli, nascondono la verità per rassicurarvi mentre morite lentamente”. Siamo al festival della tautologia: quella frase forte, che svela verità indicibili, è stata ripresa da molti mezzi d’informazione, la cui funzione, secondo Grillo, è quella di nascondere la verità.

Sono parole pronunciate dal leader Cinquestelle, ma potrebbe averle dette Renzi, Bersani, Fassina, Raggi, Di Maio, Salvini, persino Berlusconi, che però avrebbe aggiunto almeno l’aggettivo “comunisti”. Il fatto è che i media, come sostanza omogenea, come blocco monolitico non esistono, pertanto non possono essere soggetto di alcuna frase. Esiste un campo, uno spazio mediatico, che ha le sue leggi e le sue distorsioni, dove si deve usare un determinato registro linguistico e dove i comportamenti assumono un valore diverso rispetto ad altri contesti. Ed è qui che troviamo una pluralità di mezzi d’informazione diversi e distanti per ideologie e per tecnologie.

Ma è proprio in quel campo che ha luogo l’equivoco fatale. Il compito del giornalista, infatti, è quello di semplificare la complessità, di sintetizzare la realtà in un numero preciso di righe e colonne, o in un determinato tempo televisivo, per renderla comprensibile a un pubblico che è affetto da una strutturale mancanza di tempo. Il bravo giornalista porta la realtà a misura. Ma è estremamente difficile semplificare fino all’osso, come succede nei titoli, lasciando intatto il significato delle parole. Un esempio? Nello spazio mediatico la parola “politica” si è recentemente appiattita sul suo significato partitico: per politico, oggi, intendiamo soprattutto il sistema dei partiti. Così è nata anche l’anti-politica, cioè quel sentimento che mette in discussione l’organizzazione di una elite di governo, ma non certo la gamma di significati che la parola si porta dietro da secoli. Dire che il Movimento 5 Stelle è anti-politico è mancare il bersaglio: nasce con uno spiccato sentimento anti-partitico, anche se nei fatti si struttura come la “vecchia politica”. Così alcuni significati all’interno dello spazio mediatico evaporano. Evanescenti possono essere anche nuove formazioni, come “il popolo del web”, che mette periodicamente alla gogna, deride, svela verità scomode, esulta, s’indigna, come se fosse una persona in carne ed ossa, come se esistesse veramente.

D’altronde è lo stesso meccanismo che ci ha portato a sostituire la parola “zingari”, divenuta offensiva, con “nomadi”. Peccato che il secondo sia un aggettivo, il primo un sostantivo. Come si può definire un intero popolo sulla base di una caratteristica? Così quando rom e sinti in Italia diventano stanziali, iniziano a vivere in appartamenti, nello spazio mediatico continuano a chiamarsi “nomadi”. Anche se magari sono nostri vicini di casa da vent’anni.

Vedi, caro Paul Fahri, hai ragione: non esiste una “cosa” che si possa chiamare media. Ma l’equivoco è nato all’interno dello spazio mediatico e solo in quel campo può essere smentito. Insieme a tante altre generalizzazioni, più o meno pericolose.

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