Fenomenologia del negro portentoso

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Toni Ruediger incarna l’immaginario del negro. Grandi labbra, narici larghe, tratti marcati, sembra quasi un modello anatomico studiato a tavolino. Per la sua esuberanza fisica, un corpo atletico e traboccante di vigore che lo porta sempre ad eccedere il mero gesto tecnico, potrebbe persino ricordare il “negro portentoso”. Figura dello spirito riportata in auge da Django Unchained di Quentin Tarantino, dove il negriero Calvin j. Candie racconta di tutto il suo interesse pseudoscientifico verso quest’eccellenza razziale. Un mix letale di fisiognomica – la disciplina che pretendeva di stabilire una correlazione tra i tratti del viso e quelli caratteriali -, misura del cranio e pregiudizi fatti passare per brillanti intuizioni. Il negro portentoso, però, è l’uno su diecimila, quel raro esemplare eccezionale degno di sedere al tavolo con i bianchi. È vittima di un’attrazione morbosa: le sue staordinarie doti fisiche o intellettuali generano meraviglia, esattamente come il culo ipertrofico della Venere Ottentota, donna negra molto in voga nei freak show. A cui si aggiunge un pizzico d’invidia, perché il negro portentoso, se si libera delle catene, può minacciare la supremazia bianca.

Così Toni Ruediger è il bersaglio ideale. Anzitutto del giudizio pseudosportivo di Stefano Eranio, ex giocatore del Milan e della nazionale, che dà visibilità e legittimazione alle chiacchiere da bar: il negro, per quanto portentoso, non può essere un buon difensore centrale, perché “si sa” che i colorati non apprendono nozioni di tattica, non mantengono la concentrazione, è proprio una tara genetica. Opinioni che hanno asilo in televisione, perché c’è un sostrato popolare che davvero pensa che la pigmentazione della pelle abbia a che vedere con la capacità di mantenere la concentrazione. E quel sostrato si sente frustrato, quando gli si ricorda che quell’opinione è razzista. Si sente escluso, disorientato, brutto, sporco e cattivo. Allena il suo senso d’inferiorità, s’incarognisce. Comincia a gridare: “Prima gli italiani!”, trasformando in orgoglio e in proposta il suo pregiudizio, la sua inadeguatezza. A quel punto la posizione si è sclerotizzata e non c’è più nulla da fare.

Senad Lulic, giocatore della Lazio, può affermare che Ruediger “oggi fa il fenomeno, mentre allo Stoccarda vendeva cinture e calzini”. Quando il negro portentoso ci minaccia, scardina l’ordine con la sua tracotante supremazia, si siede al tavolo dei migliori, cerchiamo di respingerlo al di là del muro degli inferiori. Oggi non c’è bisogno di Django il vendìcatore, ma solo di recuperare l’indignazione, la riprovazione morale collettiva, per chi diffonde queste idee. Il Lulic di turno deve avere il vuoto intorno a sé, deve sperimentare la vergogna, prima di poter riabbracciare la comunità.

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