Il dramma di Almaviva e il purgatorio del call center

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I call center hanno l’odore acre delle occasioni mancate e quello fresco di borotalco, che ricorda le guance dei neonati, dei grandi sogni che macerano in una nuvola di parole: “Buongiorno signora sono Francesco di…”; “Non sono autorizzato a passarle il responsabile”; “Quanto è soddisfatta da uno a dieci”; “Le ricordo che potrebbe ricevere una chiamata per valutare il mio operato”. Solo chi ha sentito quegli odori può capire il dramma della chiusura di Almaviva Roma, con 1.666 operatori licenziati in tronco.

A me è capitato di lavorare nei call center durante e subito dopo l’università. Ho attraversato tutta la catena produttiva: dalle interviste di mercato alle vendite, passando per il servizio clienti e il recupero crediti. Erano periodi brevi: da tre giorni a 9 mesi. Il contratto di solito era a progetto: senza ferie, malattie o tutela alcuna. Solo una volta sono riuscito a strappare una “Somministrazione interinale a tempo determinato”. Allora ho scoperto il significato della sigla Tfr. Mi sentivo un privilegiato, roba da classe impiegatizia degli anni Ottanta.

In mestieri così diversi, uniti solo da quella cornetta telefonica immaginaria che sono le cuffie collegate al Pc, c’è sempre stato un minimo comun denominatore: le persone che sono lì vorrebbero essere altrove. Da bambino nessuno sogna di fare l’operatore telefonico. Il call center è un luogo di passaggio, quasi l’ultimo di quei riti che segnano la trasformazione del ragazzo in adulto. Per la mia generazione il call center ha sostituito il militare. Chi ha 30-40 anni oggi, ha studiato all’università e non ha beni al sole che permettono di stare in panciolle o di trovare un’occupazione più “interessante” tramite qualche amicizia, è sicuramente passato per il call center. Ha sperimentato la prima forma d’indipendenza, ha avuto il primo approccio al mondo del lavoro come operatore telefonico. Perché era il solo posto che si trovava senza esperienza, in attesa di qualcos’altro. Erano le uniche ditte che rispondevano alla valanga di curriculum online, alle prese con un turnover elevatissimo. Oggi i call center chiudono o lavorano con poche commesse per via dell’automazione dei servizi o della delocalizzazione all’estero, per lo più nei paesi dell’Est. Nell’Albania senza sindacati, ad esempio, presa da Salvini come modello di fiscalità per la flat tax. Non che i sindacati si siano mai occupati di call center. Almeno se non c’erano contratti a tempo indeterminato di mezzo. Con la scomparsa dei co.co.pro. i rappresentanti dei lavoratori si riaffacciano nel dramma Almaviva da protagonisti di una trattativa fallita, ma per lungo tempo hanno pensato che i call center fossero una favola inventata dai padroni per spaventare i dipendenti nelle notti più buie. O li hanno semplicemente ignorati.

Dietro lo schermo del Pc, nelle sale degli operatori, se ne vedevano di tutti i colori. Oltre agli studenti c’erano neolaureati, laureati, concorsisti in attesa di una chiamata, artisti più o meno falliti, professionisti che ad un certo punto avevano perso il lavoro e la bussola della vita come se fossero le chiavi di casa. I miei colleghi del recupero crediti – si trattava di ricordare alla gente di pagare le bollette di Premium e Sky – erano sociologi, specializzandi in medicina, giornalisti. Uno, in particolare, aveva fatto radio e scritto sui quotidiani, ma poi era finito nella scatola dei freelance dimenticati. Solo i più anziani non avevano alcun titolo perché venivano dal settore recupero porta a porta: loro si occupavano dei debiti vera e propri, come i mutui e i finanziamenti non pagati. Capitava che debitori insolventi di migliaia di euro mettessero sui social le foto della macchina nuova. Capitava che i miei colleghi inventassero conseguenze legali inesistenti perché campavano di provvigioni sul recuperato. Ne capitavano di tutti i colori. Il nostro responsabile era un traffichino idiota noto solo per la sua fame di kebab. Lo ordinava anche in ufficio, a tutte le ore. Solo pochi dei suoi sottoposti erano meno intelligenti di lui.

Nel periodo in cui facevo interviste telefoniche non ho fatto amicizia con nessuno. I progetti duravano una o due settimane, poi si cambiava squadra ed era difficile legare. La cosa incredibile è che pur sforzandomi non ricordo un volto in quel call center. Solo la ripetitività dell’intervista, che si faceva presto preghiera, litania: le parole perdevano di senso, diventavano suoni vuoti. Era quello che voleva l’azienda: l’operatore deve essere neutrale. Sono vietate le battute, le divagazioni, pena l’annullamento della telefonata. Perché in questi posti ti pagano solo se raggiungi un tot, un obiettivo. Non è solo il posto fisso a mancare, ma anche lo stipendio certo per un’attività precaria.

Al servizio clienti, invece, eravamo una squadra affiatata. C’era un’ostetrica neolaureata che ci confermava le leggende metropolitane sul pronto soccorso ginecologico (würstel spezzati nella vagina, telecomandi incastrati nell’ano). Avevo legato con un ragazzo che voleva lavorare nelle risorse umane. Stando a Linkedin dovrebbe avercela fatta. Eravamo una decina di interinali, le riserve per le vacanze d’estate. Tutti laureati, c’era chi aveva master e titoli vari. Si paventava persino la possibilità di un apprendistato. Guardando gli assunti a tempo indeterminato non sapevo se prenderlo come un incentivo o una minaccia. Erano diventati mezzi sordi, a forza di sentire le lamentele dei tabaccai sui gratta e vinci. Anche loro avevano sognato di essere altrove, ma per qualche motivo erano rimasti incastrati nel purgatorio del call center, che da luogo di passaggio può diventare trappola eterna. Un contratto a tempo indeterminato è un’arma a doppio taglio e può farti questo scherzo. Così una pittrice aveva smesso di dipingere a livello professionale, una maestra precaria invecchiava davanti lo schermo: usava ciglia finte e si colorava le unghie in mille modi per sentirsi ancora bella. C’era anche un conduttore di una trasmissione di una radio che parla della Roma 24 ore su 24, che spesso si pubblicizza come l’emittente sportiva più seguita della Capitale. Io lo riconobbi dalla voce, lui mi sembrò felice e un po’ imbarazzato, si sentì in dovere di venire a parlare con me. Non sapevamo cosa dirci e fu una conversazione pessima.

Dopo 4 mesi mandarono a casa me e l’ostetrica, senza un particolare motivo. Mi richiamarono per Natale ma, per una volta, ho avuto un moto d’orgoglio e ho detto no. Due mesi dopo ho vinto un importante premio giornalistico per under 30. Seppur in purgatorio, i 1.666 di Almaviva avevano una casa. Da oggi non ce l’hanno più.

 

 

 

 

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