Migranti, quando la percezione viene prima dei fatti

la-percezione-delle-emozioni-secondo-letniaRoma, Via Tiburtina, giorno, uscita di un supermercato. Cammino assonnato dopo una seduta di fisioterapia, ho voglia solo di andare a casa. Alzo gli occhi per attraversare la strada e vedo l’ennesimo mendicante nigeriano davanti il discount, niente di nuovo. Tende la mano verso un vecchietto, un gesto quasi meccanico. Quello, come se fosse stato violato nell’intimo, inizia a urlare: “Fuori dalle palle, dovete andare fuori dalle palle”. Lo sfogo è sincero, ma le parole non sono sue. È il calco romano del “foera di ball” leghista, un motto che ha ripetuto a bassa voce sgranando il rosario della xenofobia, ha introiettato fino a sentire sulla pelle la percezione di un’invasione. Quel “foera di ball” è catartico, liberatorio. Una signora gli dà ragione in maniera più educata: “Eh però non se ne può più…”. Ancora non ha finito di sgranare il suo rosario.

Mi avvicino al mendicante con cinquanta centesimi in mano per pulirmi la coscienza e lustrare quella della mia città. Anche io sono vittima del meccanismo: in realtà so che è un episodio sporadico, ho visto i cittadini della mia zona portare al Baobab e a Ponte Mammolo intere buste della spesa. Vedo tutti i giorni, di fronte ai supermercati, gente che distribuisce prebende, gioca, scheza, con il mendicante di turno che è diventato parte integrante del tessuto del quartiere. Il nigeriano, però, dopo il classico “Grazie amico”, mi ferma a parlare. “Io voglio lavorare – mi dice – ho stampato più di 200 curriculum, li ho portati a mano nelle pizzerie. Nessuno mi ha richiamato. Io ho un diploma da pizzaiolo, parlo l’italiano e l’inglese, che è la lingua nazionale della Nigeria. Sai come posso fare per trovare un lavoro?”

Mi blocco, spiazzato. Non bastano cinquanta centesimi per una coscienza nuova. Il vecchio ha umiliato un ragazzo già umiliato, una persona qualificata che cerca e non trova un lavoro onesto. Come migliaia di ragazzi oggi, come è capitato anche a me in passato e come mi ricapiterà in futuro. Avrebbe bisogno di un orientamento al lavoro di cui nessuno gli ha mai parlato nei circuiti dell’accoglienza. Io non ho con me neanche il cellulare. Tutto quello che posso fare è indicargli qualche pizzeria della zona. E dirgli di cercare, quando torna al centro, “sportello lavoro migranti roma” su Google. È avvilente.

L’aforisma nietzscheano “Non esistono fatti, ma solo interpetrazioni” è stato superato a destra, ormai, dalla società dello spettacolo di Guy Debord, dove “tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”. In parole povere significa che gli schermi neri – non più solo la televisione, ma tutta la gamma di “device”, dispositivi, che circondano le nostre vite – non si accontentano di riprodurre la realtà, ma in qualche modo la creano, giocando con le corde delicate della percezione. Anche se non ci troviamo di fronte ad un’invasione – perché 180mila migranti nelle strutture d’accoglienza sono una briciola per un paese di 60 milioni di abitanti – a forza di ripetere il mantra “foera di ball”, ci troviamo a combattere la percezione di un’invasione. Il meccanismo è lo stesso che ha portato un gruppo di terroristi attivi in una zona limitata al confine tra la Siria e l’Iraq, ad essere eletti nuova minaccia globale. L’Isis ha giocato con le nostre rappresentazioni, perché non possedeva le capacità militari per attaccarci. E noi glielo abbiamo lasciato fare.

È una battaglia che i principali partiti non intendono combattere. La Lega soffia sul fuoco, nella speranza di fare incetta di voti. Il Movimento 5 stelle si tiene in bilico sulla corda della xenofobia per puro calcolo elettorale. Il governo Gentiloni svolta a destra con l’ex comunista Minniti: il piano di un Cie per ogni regione e gli accordi di rimpatrio e sorveglianza delle frontiere con paesi come la Libia, l’Egitto e il Sudan, superano di gran lunga quanto fatto dall’ex pupillo di Berlusconi Alfano. Il Pd di Renzi ha rinunciato ad abolire un reato giudicato inutile persino dalla polizia e dai magistrati, come quello di clandestinità. Non è il momento di giocare con le percezioni, è stato detto. Perché oggi le leggi si fanno e si mantengono non in base ai fatti, ma in base alle rappresentazioni.

Possiamo chiamarla post-verità, ma è solo becera propaganda, meccanismi che lo scorso secolo ha già conosciuto in maniera anche più massiccia. A smascherare le fesserie di giornali e siti internet, basta il senso critico del lettore. Il problema è quando la propaganda diventa di stato, di governo, quando s’insedia in posizioni di comando e inizia e legiferare. Perché a guardare bene sotto le rappresentazioni non possiamo che trovare brandelli di fatti. Infarciti di propaganda, post-verità e visioni del mondo, per carità. Ma qualcosa di solido c’è, come è vero che sto scrivendo su una tastiera.

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