Migranti, l’espulsione in base alla nazionalità sta diventando la regola

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Prima i sudanesi. Poi i nigeriani. E domani, magari, toccherà agli egiziani. L’espulsione collettiva in base alla nazionalità dei migranti irregolari rischia di assurgere a metodo di gestione dei flussi. L’Italia continua a stringere accordi per il rimpatrio con paesi tutt’altro che stabili. Nella polveriera libica al-Sarraj è stato giudicato partner in grado di sorvegliare le frontiere di un paese enorme e lacerato da anni di guerra civile, ma soprattutto capace di garantire gli standard minimi dei diritti umani e di gestire i centri di accoglienza meglio di quanto facciano i paesi dell’Unione Europea.

“A casa nostra”, poi, il metodo prediletto sembra essere diventato quello del volo charter da riempire di migranti di una nazionalità ben precisa. Il peccato originale – a quanto è dato sapere – è stato il rimpatrio di 40 sudanesi da Torino il 24 agosto. Rastrellati a Ventimiglia, alcuni sono stati portati fino all’hotspot di Taranto, per poi tornare nel capoluogo piemontese. Qui sono stati costretti a salire su aereo: molti sono stati ammanettati. Otto dei più resistenti sono riusciti a restare a terra: hanno chiesto asilo in Italia e l’hanno ottenuto. Alcune associazioni, tra cui Arci e Asgi, sono riuscite a raggiungere cinque dei profughi rimpatriati. Vengono dal Darfur: la zona del Sudan in cui il dittatore Omar al-Bashir ha perpetrato un genocidio riconosciuto dalla Corte penale internazionale. Grazie all’accordo per i rimpatri con l’Italia, il despota spera di lustrarsi l’immagine e proporsi come leader affidabile con cui dialogare. I cinque rimpatriati vivono da fuggiaschi nei dintorni di Khartoum: ora hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro l’espulsione collettiva. Degli altri 35 non si hanno notizie.

Il capo della polizia Franco Gabrielli ha sottolineato che i sudanesi hanno avuto l’occasione di chiedere asilo dopo lo sbarco, assistiti da Oim e Unhcr, ma non l’hanno fatto. Cosa che li ha resi migranti irregolari agli occhi della legge italiana. Ma è un’argomentazione assolutamente strumentale: è ormai noto che molti migranti non fanno immediatamente richiesta d’asilo perché vorrebbero raggiungere altri paesi europei, mentre il Trattato di Dublino stabilisce che il viaggio dei richiedenti si ferma nel paese di primo approdo. Sulla procedura di pre-identificazione dei migranti nei centri di prima accoglienza, poi, ha recentemente sollevato dei dubbi anche Amnesty International, sottolineando che non tutti ricevono informazioni esaustive e che, anche quando le ricevono, devono decidere della loro vita futura subito dopo lo sbarco, in un momento di immensa fragilità psico-fisica.

L’altro caso che ci porta a credere che l’espulsione collettiva stia pian piano assurgendo a metodo di gestione dei flussi è un telegramma del Viminale alle questure pubblicato sul profilo Facebook del vicepresidente dell’Arci Filippo Miraglia. Qui si esprimeva la necessità di riservare 95 posti per soli nigeriani – 45 uomini, 50 donne – nei Cie, in attesa di un volo charter per rimpatriarli. Ne è scaturita anche un’interrogazione parlamentare a prima firma di Andrea Maestri di Possibile, che tra l’altro denunciava alcuni rastrellamenti che coinvolgevano nigeriani immediatamente successivi al telegramma. Particolare preoccupazione è stata espressa per le donne nigeriane, spesso vittime di tratta. Non è da dimenticare, inoltre, che si tratta di un paese in cui è attivo il gruppo islamico estremista Boko Haram.

D’altro canto, per le forze dell’ordine, non si tratta di espulsioni collettive – vietate dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo – ma di un modo economico ed efficace per gestire il fenomeno. È più facile agire con una sola nazionalità per volta, prendere accordi con un solo paese per organizzare un solo volo, piuttosto che muoversi nel caos del dialogo con sette o otto governi diversi. Quella nigeriana e quella sudanese sono tra le nazionalità più rappresentate allo sbarco e per questo l’Italia stringe accordi di rimpatrio con i due paesi, nonostante il mancato rispetto dei diritti umani sia prassi comune in entrambi. Il razzismo si nasconde qui nelle pieghe dell’efficienza, di un utilitarismo di provenienza statistica che rischia di ingoiare in un buco nero tutta una serie di diritti acquisiti, trascinando a fondo anche la convenzione di Ginevra del 1951 e, con essa, il diritto d’asilo per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 50 anni. Quello status di rifugiato che dovrebbe concesso in maniera individuale e indipendente da etnia, religione o, come in questo caso, nazionalità.

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