Vinicio Capossela e la sua Ombra

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E quando la luce scompare,
l’ombra le scrivola dietro

(F. Nietzsche, Il viandante e la sua ombra, in Umano troppo umano)

È sorprendente scoprire, con Vinicio Capossela, che l’ombra non è nient’altro che uno scherzo della luce. Un gioco da ragazzi che genera meraviglia, un labirinto di specchi che ingigantisce e deforma la realtà. Per questo la illumina ed è tanto più forte nel luogo dell’origine. Capossela non si stanca di sottolineare che in diverse culture l’ombra sta per l’anima. Vendersela all’uomo nero è un po’ come scambiare la scintilla del nostro essere con il diavolo.

Le ombre si nascondono sotto i letti e nei cassetti di un’umanità bambina, che ha ancora sete di sapere e dorme con la lampadina accesa. Un’umanità che non è schiava della scienza infusa di google, che può abbandonare lo smartphone per un paio d’ore e gettarsi tra le braccia di un narratore sapiente, che sa cantare ninne-nanne piene strane creature, quelle della Cupa: la strega Janara, il Mazzamauriello, il Pumminale. Qui non c’è il sapere assoluto, ma solo la saggezza degli anziani e del mito. In quella selva si nascondono spaventi di ogni sorta. Anche se nel fitto della boscaglia qualche idiota che scatta selfie e rompe gli incantesimi – per non dire i coglioni – si trova sempre.

Al Teatro Goldoni di Livorno Capossela ha portato il cinema. Per secoli fior fior di autori si sono interrogati su come abbattere la quarta parete, quella che separa l’attore dallo spettatore. Lui ha scelto di mostrare quella barriera in chiaroscuro, proiettando su di essa le ombre deformate dei mistici compagni di palco o delle marionette che illuminate d’oscurità diventano ipetrofiche e smisurate. Ed è proprio la magia del cinema delle origini: non quello delle tre dimensioni di oggi, ma quello incredibilmente piatto, senza suoni e colori, dei fratelli Lumiere di George Melies. Dove contava l’incantesimo dell’immagine e non una trama ben costruita e pesata, dove il terrore assaliva gli spettatori in sala quando un treno si avvicinava allo schermo o un razzo finiva dritto negli occhi della luna (più 3d di così!). È cambiato il pubblico, sono cambiati registi: in Italia Fellini e Sorrentino hanno percorso a loro modo la strada umbratile e luminosa di Capossela. A un certo punto dello spettacolo, però, cade il velo: ecco che le cose si mostrano per quello che sono, l’incantesimo si dissolve. Vinicio strabuzza gli occhi come se uscisse dalla caverna di Platone. Dietro la quarta parete c’è un palco e sulla scena un Mago di Oz rinnovato, che non ha ingabbiato l’ombra che si porta dietro per sfruttare tutta la sua potenza, ma ci si è confrontato. Ci ha dialogato, come fece il viandante di Friedrich Nietzsche, prima dell’arrivo dell’oscurità.

Capossela si è calato da tempo tra le ombre della terra da cui emigrò suo padre Vito verso la Germania, l’Irpinia. Dove il treno si prese interi paesi e li sputò a Nord, lasciando a Calitri, Conza, Cairano, Andretta e in tutti gli altri borghi collinari della zona solo le finestre che s’arrampicano sulle montagne come occhi e una comunità di assenze e di fantasmi. E poi l’Eco, già il paese dell’Eco. Qui Capossela è sceso a patti con il suo demonio, il Guarramon, lo ha ascoltato e accolto: ora è il suo inseparabile compagno di cammino. “Se hai un demone dagli un nome/ non scappare, non lo rinnegare/ se hai un diavolo dagli un nome/ battezzalo e fallo compare”, canta, del resto, ne “Il Pumminale”.

Ogni volta che torna in terra labronica, poi, Vinicio dialoga contro tre querce secolari, di quelle che gettano il buio a chilometri di distanza: Amedeo Modigliani, Piero Ciampi e Pietro Mascagni. Consapevole del fatto che Livorno dà gloria soltanto all’esilio/ e ai morti la celebrità”, come ha già cantato, lui che conosce bene la città del Porto e la ama per quello che è. Chi ha assaporato il tour Ombra al Teatro Goldoni, sa di aver avuto il privilegio di assistere ad un capolavoro. Che può rinnovarsi ogni volta sul palco, come le stagioni, come il tempo della semina e quello del raccolto, come le maree, come gli equinozi.

 

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