Roma, perché dopo 2 anni 150 migranti dormono ancora in strada, perseguitati dalle istituzioni

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Una delle tante operazioni di polizia in via Cupa

È tremendamente difficile tenere i riflettori accesi sull’assurda situazione dei migranti in transito a Roma, soprattutto al di fuori della cronaca cittadina. Entrare in una redazione con la notizia dell’ennesimo sgombero, operazione di polizia, dell’ingolfamento delle procedure d’asilo o di relocation, delle centinaia di persone che hanno attraverso il deserto, l’inferno della Libia – dove sono state, nella maggior parte dei casi, torturate o stuprate -, il mar Mediterraneo e oggi vivono, quando va bene, in una tenda, ricacciate in lande sempre più desolate della Capitale, significa prepararsi come minimo ad un “Basta con il Baobab…”. Oppure a farsi appiccicare addosso l’etichetta di “paladino degli sfigati” e il conseguente coro di risolini alle spalle.

Chi non vuole fermarsi, però, a denotare quanto sia insensibile e inumana un’affermazione del genere, deve chiedersi perché oggi 150 migranti che dormono in strada, dimenticati dalle istituzioni e tormentati dalle autorità, aiutati solo da cittadini e volontari, non facciano più notizia, o almeno non quanto dovrebbero. Probabilmente perché chi dice “Basta”, allargando le braccia, ha sentito parlare così tante volte di Baobab, che lo considera un fattore endemico alla città. Magari la prima volta si è incazzato, la seconda si è indignato, la terza ha storto il capo, poi si è abituato e infine si è stancato. Annoiato, come un bambino che ha in mano un giocattolo rotto.

Nel frattempo la polizia sgomberava il centro di via Cupa, la strada antistante, il parcheggio del Verano, le zone di sosta sulla Tiburtina e l’amministrazione – dal Pd all’M5s – prometteva soluzioni alternative che non  avrebbe mai trovato. Il presidio di assistenza arretrava sempre di più verso il deserto nella città: quelle aree abbandonate non fuori, ma a due passi dal centro abitato a cui nessuno aveva mai fatto caso fino al giorno in cui non ci hanno messo piede i migranti. Sembrava aver trovato una collocazione in piazzale Spadolini, ma finiti i lavori per la costruzione della mega-sede centrale della Bnl è stato ricacciato ancora più all’internoquasi nel Cuore di Tenebra descritto da Conrad – davanti il capannone che in cui si erano stabiliti i migranti sudanesi intorno al 2005 e che chiamavano “Hotel Africa” (sgomberato da Veltroni quando l’esperienza di integrazione cominciava ad essere troppo interessante).

Ora si capisce che questa non è più materia per giornalisti – o almeno, per la maggior parte dei giornalisti, che non hanno capacità di visione, né fantasia -, che considerano il fatto astratto, isolato, chiuso in sé stesso. Questa è materia da storici: bisogna mettere insieme i pezzi di un gigantesco vuoto, che nasce nel momento in cui le istituzioni – non si è mai capito bene se la Prefettura, il Comune, o i due in concerto – sgomberano il campo informale di Ponte Mammolo l’11 maggio 2015, la baraccopoli in cui centinaia di migranti in transito – ma anche molti stanziali – si sono rifugiati per anni a Roma, prima di proseguire il viaggio. Solo qualche mese prima era passato di lì Papa Francesco, che l’aveva chiamato il “borghetto della pace”. Intendiamoci: era una baraccopoli senza servizi igienici, né acqua corrente, ma almeno c’era un tetto. Roma ha distrutto il campo senza trovare una soluzione alternativa. Improvvisamente la Stazione Tiburtina si è riempita di disperati che dormivano in terra: visibili a tutti in pieno giorno. Un vero scandalo, signora mia. Molti si sono rivolti al vicino centro Baobab – non senza polemiche: sulla precedente gestione aleggiavano ombre mai chiarite fino in fondo -, che a fronte di una capienza media di circa 200 posti, si è trovato ad ospitare anche 900 persone. Altrettante dormivano all’esterno. Così cittadini e associazioni hanno preso in mano le redini della situazione. Hanno iniziato a sfamare, curare e a fornire assistenza legale ai migranti. In pratica il lavoro che avrebbero dovuto fare le istituzioni, soprattutto dopo lo sgombero di Ponte Mammolo.

Due anni dopo i cittadini hanno costituito un’associazione, le associazioni hanno fatto rete e agiscono non più nell’indifferenza, ma ostacolate dalle istituzioni. Gli attivisti vengono multati e minacciati di denunce. Stessa situazione che, paradossalmente, si sono trovate ad affrontare le Ong che si sostituiscono all’Unione Europea nel mar Mediterraneo. Se guardiamo ai nostri giorni con le lenti della storia, possiamo concludere che dopo aver assistito alla criminalizzazione della migrazione – in Italia abbiamo creato migliaia di irregolari con la legge Bossi-Fini e poi gli abbiamo cucito addosso il reato di clandestinità -, assistiamo alla criminalizzazione della solidarietà. Causata e perseguita con furia cieca da parte delle istituzioni, incapaci non solo di governare un fenomeno, ma persino di accettarlo.

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