Che cos’è Francesco Totti

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Non è un uomo, né un giocatore. È il boato che rompe il silenzio di uno stadio assopito prima del suo ingresso in campo. È la geometria pazzesca del gol con la Samp e la lucida follia del cucchiaio in semifinale dell’Europeo. È la rabbia dello sputo a Poulsen, del calcione Balotelli. È i nervi che saltano in ogni derby, in ogni Roma-Juve. È la sfrontatezza dello “Zitto, so 4 a casa”, del “Vi ho purgato ancora”. È la finale del 26 maggio. È il 3 a 1 di Roma-Parma, la corsa sotto la curva, il terzo scudetto, il Circo Massimo invaso, è l’uomo a fianco del presidente che riprende i tifosi più incauti, arrampicati tra le rovine pericolanti pur di vederlo: “Lo spettacolo non proseguisce”. Non è il dribbling bruciante, né lo scatto in profondità. È il genio che vede il gioco prima degli altri, inventa il vuoto in mezzo al pieno, vede lo spazio nelle intercapedini del muro. È l’intuizione pura. Il dribbling è un gesto, lo scatto è cieco, lui è la luce che illumina zone del campo invisibili. È la forza straripante di un tiro di collo pieno, che piega mani e barriere.

Pelè, Maradona, Cristiano Ronaldo, Messi, Zidane, Baggio. Hanno vinto di più, sono stati più forti, c’è poco da dire. Ma Francesco Totti è un’emozione – non uomo, non un giocatore – che unisce una città avara di gioie e trionfi declinati al presente. È  il nostro orgoglio e la nostra grande distrazione. È la prima maglia che desidera un bambino. È un campione nel senso più antico del termine: rappresenta la città nel duello, nell’agone migliaia di persone s’incarnano in lui. 

Era finito a 32, 33, 34 anni. Li sento ancora i grandi esperti: “Eh ma Totti quest’anno…”. Ancora oggi basta il boato al suo ingresso in campo ad alzare il baricentro della squadra. Ha un’aura che trascina il gioco in avanti, anche quando non tocca palla. Sembra che il suo tramonto sia durato un’eternità. Come nelle notti d’estate sulla spiaggia, quando il sole non vuole calare e si fa sempre più grande fino a fondersi con l’orizzonte. E i tuoi amici continuano a dire: “Andiamo, è finita la giornata”. Ma tu continui a fissare quell’enorme palla rossa. Perché vuoi proprio capire dove vuole andare a finire.

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