Goliarda Sapienza, l’arte della vita

goliarda20sapienza

“Tu non leggi mai donne”. A Natale Lei mi regala quest’accusa e due libri di Goliarda Sapienza. Un romanzo fondamentale, L’arte della gioia, e il racconto della sua esperienza nell’altra città dentro Roma – non il Vaticano –, L’università di Rebibbia. Io? Ma come dico io? Ma se sono femminista e antisessista, come ogni buon maschio di sinistra. Ma se ho marciato a fianco alle donne – a dire il vero le ho riprese, da buon giornalista spione – in un milione di occasioni. Ma se ho letto… ho letto… Uhm, ho letto, questo è sicuro. Virginia Woolf è sempre stata tra i miei desiderata, così come Ipazia. Poi Grazia Deledda, Matilde Serao, Elena Ferrante – pare che sia donna -, Elsa Morante. Tutte autrici che continuavano a restare sul mio affollato comodino. Sopravanzate da pletore di uomini mediocri.

D’altronde sono cresciuto nell’alveo del maschilismo occidentale: la filosofia. Sì è vero, ci sono uomini come Derrida, ci sono esempi femminili come Arendt. È difficile però dimenticare gli insulti sulle donnicciuole di Nietzsche, lo spregio di Platone, Aristotele che le considera incapaci di prendere una decisione per natura e quell’aneddoto su Kant – non so se sia vero, ma verosimile sicuro – che per fare un complimento a una sua assistente particolarmente dotata le disse: “Lei dovrebbe avere i baffi”. Rispondo a Lei con una battuta degna dei miei maestri: “Perché ci sono donne che valgano la pena di essere lette?”. Ma se penso a quelle di prima impallidisco. Il fatto è che non mi va proprio di leggerle. E stavolta non per attitudine maschilista. Sul mio comodino ci sono un milione di libri. Tutti meritevoli e degni di essere letti. Verso cui mi sento in cui difetto. Sento che sarò una persona mutilata fino a che non li avrò divorati tutti. Eppure continuo a comprarne, in versione cartacea e digitale. Quasi ad alimentare perennemente questa mancanza.

Non posso introdurre le quote rosa nella mia libreria: sarebbe ingiusto. Nelle letture a volte cerco di seguire un percorso – in sospeso ne ho uno mitico, uno di terra, uno d’acqua, uno sulla fisica, uno distopico, più diversi legati a singoli autori -, ma più spesso non riesco a resistere alle chiamate dei libri. Goliarda non mi chiama, non fa parte di nessun percorso, ma finisce in cima al comodino per rispetto di lei, una volta tanto. Da un lato, dunque, è un’imposizione, ma dall’altro è la cifra anarchica che scompagina le mie abitudini di lettore.

L’arte della gioia mi rapisce subito con la sua immensa vitalità. È un libro che insegna – sono pochi i libri che lo fanno davvero -, insegna a ribellarsi al padrone in qualunque situazione, a qualunque prezzo e con ogni mezzo. A compiere la propria personale rivoluzione ogni giorno. Gli omicidi di Modesta non sono né peccati, né delitti, ma atti di emancipazione, di liberazione. Quando un benefattore prova a possederla, prova a farsi padrone, lei, se messa con le spalle al muro, lo uccide. Senza rimorsi o ripensamenti, senza che il gesto annulli tutto quello che di buono c’è stato prima. Da qualche parte ho letto che la protagonista è un’eroina nietzscheana con ideali marxisti. Ed è vero. Non nega mai la sua natura aristocratica – non parlo di censo o di nascita, ma di natura -, la sua immensa vitalità che si esprime al massimo grado nella sessualità, pur promuovendo ideali di uguaglianza. Da buona marxista, però, è anche hegeliana: profonda conoscitrice della dialettica servo-padrone. Sa che una volta liberato, chi è in condizione di subalternità, rischia di assoggettare gli altri e di riprodurre un’altra volta il medesimo schema. Il servo si fa padrone, si trova i suoi schiavi che un giorno per riacquistare la libertà lo uccideranno.

Così Modesta costruisce una famiglia che è una comunità di eguali e quando il figlio mostra velleità da padrone, capisce che è il momento di accompagnarlo fuori casa: che vada per il mondo a sfogare le sue smanie di conquista. Lotta lei stessa per non diventare padrona, perché caratteristica del servo è quello di cercare qualcuno a cui assoggettarsi, desiderare la schiavitù. L’arte della gioia è un romanzo che certifica anche il fallimento del socialismo reale: l’unica opzione è quella di riprodurlo su scala familiare. Ma forse è un romanzo che parla soprattutto di una donna libera, che attraversa tutte le età e ogni volta si riscopre sempre diversa. Scopre la gioia di toccarsi da sola, quella dell’amore saffico, quella dell’amore solamente intellettuale che delude nell’intreccio dei corpi, quella della passione carnale a cui non si può dire di no. Scopre che l’amore per un figlio, non è nient’altro che amore mutilato perché non può essere consumato. Si perde nel ricordo con le sue assenze socratiche, vive pienamente il momento e lo fa in maniera sempre diversa. Bisognerebbe saltare dalla descrizione in prima persona della Modesta-bambina a quella dell’arrivo della vecchiaia, vista come confusione mentale, l’incombere della gioventù come una minaccia. Solo così si può comprendere quanto Goliarda Sapienza sia stata capace di calarsi in ogni età. Questo significa saper padroneggiare a pieno un’altra arte: quella della vita.

Come ammesso dalla stessa autrice, L’arte della gioia contiene degli elementi autobiografici che è impossibile ignorare. C’è anche chi ha notato che Goliarda possiede la capacità di oggettivarsi, di guardarsi da fuori, di vedersi attraverso le lenti dello spirito che esce dal corpo. In piena osservanza del motto di Arthur Rimbaud: “Io è un altro”. Così scrive il poeta maledetto: “Se l’ottone si sveglia tromba, non  colpa sua. La cosa mi pare ovvia: io assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto: do un colpo d’archetto: la sinfonia si agita nelle profondità, oppure salta con un balzo sulla scena”. Così Goliarda assiste allo schiudersi di Modesta. O di sé stessa, ne L’università di Rebibbia, libro nato dalla sua esperienza in carcere, dove finì per aver rubato alcun gioielli ad una donna che aveva amato e per aver lasciato delle tracce che portavano inequivocabilmente a sé. Si è detto che L’arte della gioia, romanzo che ha avuto una gestazione quasi decennale e per cui l’autrice ha subito solo batoste e rifiuti editoriali – alcuni molto curiosi: c’è chi le rimproverava di essere troppo sperimentale e chi di aver scritto un romanzo ottocentesco -, fu causa di quel progressivo impoverimento culminato con il furto. Quello che conta, però, è che L’università di Rebibbia non è un reportage sulle condizioni di vita nelle celle, non ci sono freddi e vuoti numeri, non ci sono le condizioni, insomma, c’è solo la vita. Pura vita che scorre dietro le sbarre, gli immensi corridoi che si fanno città multiculturale, con le sue regole e il suo linguaggio. Ancora una volta: lontano da ogni stereotipo che è circolato prima e dopo di lei.

Vorrei scrivere molto di più, avrei dire ancora tanto, ma devo fermarmi, devo correre a impadronirmi di tutta l’opera di Goliarda Sapienza, un’autrice fondamentale.

Annunci

2 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...