Care ministre e sindache, scusate se a volte vi cambio il sesso

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Cara sindaca Raggi, cara ministra Fedeli, care assessore, care prefette, vi chiedo scusa. Siete delle meravigliose, delle pessime o delle, tutto sommato, normali sindache, ministre, assessore e prefette, ma non sempre riesco a rendevi giustizia davanti al Tribunale della lingua (mentre scrivo, il correttore di word segna in rosso solo la parola prefette: una casella avanti per le politiche, saltano un turno le poliziotte). Capita che vi cambi sesso. Dalla mia ho la buona volontà: ci provo, in ogni articolo vi nomino sempre al femminile (a dirla tutta, nell’era dei suffissi confusi, capita anche che mi dimentichi: azz, dovevo chiamarla magistrata! O che un’improvvisa paura mi colga: sei proprio sicuro di volerla chiamare chirurga?).

Spesso, però, qualcuno si prende la briga di correggere tutti i maschili e i femminili dei miei articoli, con poca attenzione alla logicità della frase, scrivendo ad esempio che il ministro è andata. Quando lo leggo rabbrividisco e vorrei vomitare. Ogni tanto arriva qualche vecchio a giornalista a brutto muso e mi dice: “Noi scriviamo sindaco e ministro, non così come fai tu, hai capito?!”. C’è sempre questo noi che aleggia in ogni redazione, perché ogni giornale è un racconto collettivo, è vero, però questo noi non dovrebbe mai soffocare lo stile di ogni singolo. Come in ogni buona società si dovrebbe cercare di orchestrare le individualità, di armonizzarle per farle rendere al meglio. Ma c’è una via più breve: soffocarle, piegarle alla gerarchia e tanti saluti.

Certo, c’è sempre  chi ci prova a convincermi con l’ironia e mi dice: “Allora tu saresti un giornalistO”. Quello è il punto in cui, di solito, mi sento svenire, ma trovo la forza per controbattere: “Una giornalista, come una ciclista o come un’alpinista, ha un bell’articolo davanti fatto a posta per indicare il genere. Quelli sono nomi invariabili per davvero, mica come quelli delle cariche che sono sempre state ricoperte dagli uomini e che solo da una ventina d’anni a questa parte le donne hanno faticosamente conquistato. Ma poi è proprio una questione logica, a te sembra normale dire che il sindaco è abituata?”. Metti caso che poi a qualcuno viene lo schiribizzo di concordare quando il sindaco ti resta incinta e che diciamo che è incinto?

La realtà è che siamo di fronte ad una vera e propria guerra grammaticale. Capita di leggere abili artisti della lingua che cambiano più volte il genere della ministra di turno all’interno di un articolo, come se nell’arco di quaranta righe potesse cambiare sesso tre volte: il tempo è tiranno e lotta si insinua anche nelle nostre coscienze. Non è dato sapere chi vincerà, ma devono essere chiari i campi di battaglia: chi scrive il ministro è dalla parte del potere declinato sempre e solo al maschile, chi scrive la ministra accetta che quei ruoli di comando, un tempo preclusi al femminile, vengano conquistati dalle donne. E che le donne per conquistarli non debbano diventare uomini (quanto fa orrorre quell’intercettazione in cui Marra dice che Raggi “non ha le palle per fare la sindaca”) per assumere ruoli di potere.

Non è una questione di politically correct, ma di codifica dei comportamenti sociali all’interno della lingua (oltre che di logica). Ancora oggi provo orrore leggendo il discorso d’insediamento di Irene Pivetti, che fu la presidente della Camera, quando si definisce “cittadino” e “cattolico”, annullando completamente la sua identità per abbracciare un potere che è maschio nel midollo. Come quella filosofa a cui Kant disse: “Sei così brava che dovresti avere i baffi…”.

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